L'AMORE è LIBERO, L'AMORE è GRATIS

Capitolo 10

Nel sogno c’era Sweets.
Sweets che rideva, addentava un hot-dog e parlava di psicanalisi applicata al football.
Poi, d’un tratto, estraeva dalla tasca un campanello e lo faceva suonare, picchiettando con un dito.
Una volta. Due.

All’improvviso, Seeley Booth aprì gli occhi: il soffitto gli roteò davanti per qualche istante, e la luce che aveva lasciato accesa lo abbagliò, costringendolo a stringere le palpebre. Era sveglio, ora. Completamente.
E il campanello, però, suonò una terza volta.
Il campanello della porta.
Si alzò lentamente, gettando una rapida occhiata all’orologio sulla parete della sala: l’una di notte. Non s’infilò la maglietta, ma la mano corse subito alla pistola appoggiata sul tavolo.
Il campanello suonò una quarta volta.
Booth appoggiò una mano alla porta, senza fare rumore, e con la mano libera sollevò la lamina che copriva lo spioncino.
Vide l’ultima persona che si aspettava di vedere: Temperance Brennan.
Spalancò l’uscio con un sospiro:
- Hai idea di che ore sono?-.
Lei si strinse le spalle, le mani infilate nelle tasche del cappotto: era pallida, sotto la luce tiepida del corridoio. Entrò, appoggiandogli una mano sul petto nudo e spingendolo di lato.
- Circa l’una, credo- replicò, mentre lui chiudeva la porta.
- Appunto-.
- Perché stai impugnando la pistola?-.
- Precauzioni-.
- E contro chi?-.
Booth la fissò per qualche istante, rimise la sicura alla pistola e la appoggiò sul tavolo:
- Secondo te?-.
Temperance scosse la testa, sorridendo e abbassando lo sguardo.
- Cosa voleva dire quella faccia, Bones?- borbottò Seeley.
- Niente-.
Ci fu qualche secondo di silenzio.
Improvvisamente, Booth fu consapevole del proprio torso nudo, dei pantaloni di flanella e dei calzini a righe rosse e blu. La maglietta. Dove diavolo l’aveva lasciata? Si guardò attorno.
- Stavi dormendo?- domandò lei.
- Sì-.
- Mi dispiace averti svegliato-.
Niente maglietta.
Booth tornò a guardare Temperance:
- Cosa sei venuta a fare, Bones? È successo qualcosa?-.
- Posso togliermi il capotto, Booth?-.
Lui la fissò per qualche attimo, confuso:
- Oh, bè, certo-.
- Grazie-.
Temperance rimase in jeans e maglione, un abbigliamento che lo fece sentire ancora più provvisorio e ridicolo. Doveva avere un aspetto orribile, conciato in quel modo, mezzo svestito e con il bendaggio sul naso.
La maglietta: sentì, di nuovo, la necessità di trovare qualcosa con cui coprirsi.
- Come va il tuo naso?- mormorò lei, lasciandosi cadere sul divano dove, fino a poco tempo prima, lui aveva dormito un sonno sfinito e a sprazzi pieno di sogni. O erano stati incubi?
Seeley si schiarì la gola:
- Meglio, grazie. Senti, Bones, vado … vado a cercare qualcosa da mettermi, okay?-.
Lei annuì.
Mentre Booth si allontava, Temperance lo seguì con gli occhi, e non potè fare a meno di guardagli la schiena nuda, le spalle tese, la linea salda dei muscoli che saliva fino al collo.
Deglutì, Temperance Brennan.
Deglutì e respirò a fondo.


Una maglietta scura, un po’ d’acqua fredda sulla faccia e Booth si era sentito decisamente meglio. Si lasciò cadere accanto a Bones, sul divano.
Lei aveva tra le mani un foglio.
Quel foglio.
La lettera di Sweets.
Temperance sollevò gli occhi:
- L’hai letta, Booth?-.
- Certo-.
Lei sospirò. Erano vicini, così vicini che Booth potè vedere che non era truccata e gli occhi verdi, alla luce calda della lampada da tavolo, brillavano come non mai.
Solo allora si ricordò del bacio, se ne ricordò per davvero: non che se ne fosse dimenticato, ma in quel momento ebbe per la prima volta la vivida percezione di stare accanto a una donna di cui aveva conosciuto il sapore delle labbra.
E quella donna era Bones.
La sua Bones.
Si costrinse a smettere di guardarle la bocca.
- Booth, io … io non so esattamente perché sono venuta qui- sussurrò lei, sfiorando con la punta dell’indice la lettera di Sweets.
Si raddrizzò all’improvviso e lo fissò negli occhi:
- Io non … non riuscivo a smettere di pensare alle sue parole, a quello che ha scritto-.

Vi scrivo perché poggiate pistole e rabbia, e non abbiate più timore della strada.
Non ci rivedremo, benchè la prospettiva di non avere più il piacere di incontrarvi, nelle nostre scoppiettanti sedute, mi dispiace un po’.
Tuttavia ritengo sia arrivato il momento di sparire, e spero mi comprenderete.


Le dita della mano destra di Temperance si agitavano, convulse, graffiandosi, e Booth lo fece, lo fece e basta, senza pensarci. Mise la propria mano su quella di lei, e le distese il palmo.
Lei non oppose resistenza:
- Credo che Sweets sia pazzo, Booth-.
- Di questo eravamo già convinti, no?-.
- Già-.
- Bene-.
- Bene-.

Le mie azioni sono scaturite dalla più razionale delle riflessioni e dall’istinto più naturale: studiare per capire, evolvere e infine giungere a conclusioni compiute. Il dolore che avete ricevuto è stato solo lo strumento con cui ho indagato: non c’erano doppi fini, o barbari desideri di violenza. Rappresentavate e rappresentate tuttora, per i miei studi, il caso più interessante e complesso, e ormai le nostre sedute non erano più sufficienti.

Lui le teneva la mano ferma, il palmo caldo contro il suo: Temperance Brennan conosceva già quella sensazione, la sensazione della mano di Booth sulla propria, conosceva il calore della sua pelle, delle sue labbra, del suo respiro.
E mai niente, in tutta la vita, le aveva fatto più paura.
- Hai … hai voglia di parlarne?- disse Seeley, fissandola negli occhi.
- Parlare di cosa?-.
- Di quello a cui non riesci a smettere di pensare-.
- Non sono brava, lo sai-.
- Non bisogna essere bravi, Bones-.

Costretti, imprigionati, sofferenti, isolati, impauriti: vi ho osservati mentre eravate in balia di eventi che non potevate controllare né comprendere, vi ho osservati cercando la traccia di ciò che indagavo e supponevo. Nella sofferenza fisica dell’agente Booth si riversava quella psicologica e mentale della dottoressa Brennan: specchio l’uno dell’altra, anche in una cella, anche nel gelo di un bosco. Voi rappresentate l’essenza stessa dei miei studi: il rapportarsi umano che si sviluppa al di là delle volontà razionali, soffocato tuttavia da doveri sociali, convenzioni, equilibri personali, antropologici e autoconservativi.
Il mio lavoro è stato soddisfacente oltre ogni aspettativa: ho dimostrato come situazioni forzate possano rompere le costrizioni imposte dagli schemi razionali e da società come la nostra.
La morte non è arrivata, per voi: oserei anzi dire che forse oggi siete più vivi di ieri.


Le sfiorò una guancia, un gesto spontaneo, il desiderio di farle capire che lui era lì, che l’avrebbe ascoltata, e non importava del bacio e nemmeno del pugno, e nemmeno che era l’una passata di notte e, sì, l’aveva svegliato.
Temperance socchiuse gli occhi, lasciandolo fare.
Quando li riaprì, lo guardò a lungo, in silenzio.
Booth scese, piano, sul suo collo. L’accarezzò con un gesto lieve.
Lei inclinò leggermente la testa, senza smettere di guardarlo negli occhi:
- Non riesco a togliermi dalle testa le parole di Sweets perché … perché sono così … così …-.
Completarono la frase insieme, con la stessa parola:
- … vere-.
Vere.
Verissime.
Temperance Brennan guardò il viso dell’uomo che le stava di fronte, i capelli scompigliati, il naso bendato, gli occhi lucidi e scuri, la fronte che conosceva tanto bene.
Sentì il collo scottare, dove le dita di Booth passavano.

Non penso possiate comprendere il valore reale di queste conclusioni, e l’importanza del vostro contributo. Rifarei tutto, dal principio alla fine.
Questa lettera vi sarà recapitata presso il Jeffersonian, e sarà l’ultimo contatto che avremo.
Per quanto sappia dell’impellente desiderio dell’agente Booth di piantarmi una pallottola in corpo, temo che farò di tutto per non assecondarlo.
A livello fisico vi riprenderete presto, a livello psicologico ognuno di voi avrà tempi diversi.
Posso solo immaginare la sua rabbia repressa, agente Booth.
E il suo controllato turbamento, dottoressa Brennan.


Lentamente, Seeley avvicinò il viso a quello di lei: ora le loro labbra erano a pochi centimetri.
- Non … non mi mi picchiare, Bones - sussurrò, con voce roca, sfiorandole la bocca con la sua.
- Non lo farò - rispose Temperance con un filo di voce, dischiudendo le labbra.

Ritengo indubbiamente saldo il vostro legame.
Vi compensate come solo nelle alchimie umane può accadere.


Il bacio fu lento, profondo, interminabile.
Temperance infilò le mani sotto la maglietta di Booth, e risalì lungo i fianchi, la schiena, la scapole.
Era Booth.
Il suo Booth.
Non fece resistenza quando lui la fece sdraiare, passandole le dita tra i capelli.
Lo aiutò a sfilarsi la maglietta. Poi fecero lo stesso con il suo maglione.

Le prospettive di fine acuiscono gli istinti, e la sincerità diventa il più insopprimibile dei bisogni.
Per quanto lei, dottoressa Brennan, possa giudicare la psicologia una scimmiottatura delle scienze esatte, io l’ho studiato per anni sui libri e l’ho osservato per strade, nel mio studio, sui volti di chi mi passava davanti.
Non c’è niente di meno spicciolo di quello che vi ho detto.
L’amore, o qualunque cosa sia, o in qualunque modo lo si chiami, impara l’urgenza.
E non si paga, mai. Perché è libero. Perché è gratis.

...To be continued...

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