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Capitolo 2

- Non riesco a trovare Brennan-.
Il volto teso di Angela Montenegro spuntò oltre la sua scrivania. Hodgins sollevò la testa dal microscopio e la guardò: - Come?-.
- Non trovo Brennan-.
- E’ fuori con Booth, no?-.
Angela si morse un labbro: - Dovevano essere qui un’ora fa-.
Hodgins alzò le spalle: - Saranno un po’ in ritardo, tesor …-.
- Brennan ha il cellulare staccato. E anche Booth- lo interruppe lei, i grandi occhi pieni di tensione.
Lui annuì, poi le prese una mano: - Sono sicuro che arriveranno a momenti, okay? Stai tranquilla, non c’è ragione di agitarsi-.
Angela rispose alla stretta confortante del suo uomo, facendo un debole cenno del capo.
Non era convinta, ma Hodge aveva ragione: forse era solo un po’ di ritardo.

Erano chiusi lì dentro da un pezzo, ormai.
Il buio pesto era attenuato da un debole fascio di luce, che entrava da una finestrella rettangolare a ridosso del soffitto. Una finestra sbarrata, ovviamente.
C’era molta umidità e faceva un freddo intollerabile: le mani di Temperance Brennan non avevano ancora smesso di tremare. Dov’erano rinchiusi? Sembrava una specie di bunker, ma non si trovavano sottoterra, e c’era puzza di fogna e vomito. Quando lei aveva riaperto gli occhi, stavano viaggiando a tutta velocità su quello che, dall’interno, sembrava essere un furgone: il furgone che aveva visto accanto al fuoristrada nero, appena dopo lo schianto, in quel breve minuto di coscienza.
Ma negli occhi di Temperance Brennan c’era un’altra immagine che sarebbe rimasta lì per sempre, vivida e insopportabile.
La pistola contro la tempia di Booth.
E la mano di Lance Sweets attorno alla pistola.
Lance.
Sweets.
Un gemito la strappò da quell’immagine scioccante.
Booth: si era svegliato.
Quando Temperance aveva riaperto gli occhi a bordo del furgone, i polsi legati stretti dietro la schiena, l’aveva visto accanto sé, privo di sensi.
Li avevano gettati in quella specie di bunker senza troppi complimenti, liberando loro i polsi, mentre Booth era caduto a terra a peso morto. Lo schianto in macchina li aveva lasciati tutti interi, ma Booth era quello conciato peggio.
- Ehi- mormorò lei, sollevandogli appena la testa.
- Ehi- mormorò lui, aprendo gli occhi lentamente.
Iniziò a pulirgli il viso con una manica della camicia, cercando di non fargli troppo male. Aveva un lungo taglio sulla fronte.
- Grazie-.
- Di niente- mormorò Temperance, e si accorse di avere le lacrime agli occhi.
Cercò di ingoiare il nodo che le si era piantato in mezzo alla gola: - Ti aiuto a metterti seduto-.
Lo trascinò fino al muro, poi si lasciò cadere accanto a lui.
Rimasero in silenzio per qualche istante.
- Stai bene?- chiese lui, socchiudendo gli occhi.
- Direi … direi di sì. Ho solo qualche livido-.
Booth annuì, ma quel semplice gesto sembrò costargli una fatica insopportabile.
Temperance lo fissò per qualche secondo, le parole che si rifiutavano di uscire.
Poi Seeley si girò lentamente verso di lei, cercando i suoi occhi: - Bones, era …-.
- … Sweets, sì-.
- Figlio di puttana-.

Cosa può, l’uomo, contro i nodi dei giorni che si susseguono?
Contro le concomitanze, gli scontri e gli incontri, le somiglianze, le voragini?
Questo si chiedeva l’uomo seduto su un gradino scheggiato di quella che pareva una fattoria, questo si chiedeva Lance Sweets, giocherellando con una manciata di terra ghiacciata. La campagna appena fuori Washington era stretta nella morsa del freddo, lo sentiva salire dal suolo, su per l’aria, lungo il suo respiro.
Poi Lance Sweets si alzò e guardò il cielo.
Era ora di andare.

- Facciamo un gioco?-.
- Un gioco?-. Temperance guardò a bocca aperta Booth: forse non aveva sentito bene.
- Sì, un gioco-.
- Come puoi pensare di fare un gioco, Booth? Ti sei dimenticato dove siamo? Ti sei dimenticato di quello che è successo?-.
La voce le tremava.
Seeley abbozzò un sorriso stanco, dolorante. Teneva il braccio destro adagiato su una gamba: aveva una piega strana, e lei avrebbe giurato che si fosse rotto.
- Certo che so dove siamo. Un gioco, Bones. Un gioco per provare a capire-.
- Per provare a capire cosa?-.
- Ad esempio perché ci troviamo qui. E perché c’era Lance Sweets a puntarmi una pistola alla testa-.
- Non ne ho idea. È …-. Temperance cercò la parola giusta: - … assurdo-.
- Già. Hai visto quanti erano? Se uno ti ha colpito, Sweets ha di sicuro un complice- mormorò Booth, pensieroso.
- E avevano fuoristrada e furgone. Forse sono almeno in tre-.
- O di più-.
Tacquero.
Seeley pensò che erano davvero in una brutta situazione. Lanciò un’occhiata veloce a Bones, e la vista del suo volto pallido e graffiato gli strinse il cuore.
Fragile come un libellula, vulnerabile, con il pianto a grattarle la gola: avrebbe voluto prenderla tra le braccia, dirle una qualunque sciocchezza, farla ridere, litigarci.
Seeley strinse i denti e provò ad allungare il braccio ferito, il viso contratto in una smorfia di dolore. Non ci riuscì.
- Forse dovresti farmi dare un’occhiata, Booth- mormorò Temperance, sfiorandogli una spalla.
- Lascia stare, non importa-.
- Potrebbe essere rotto, potrei … -.
- Lascia stare, Bones. Dobbiamo prima di tutto pensare a come uscire da qui-.
- Booth, non c’è mo …-.
Lui la interruppe: - Pensaci. Dobbiamo pensarci-.
Lei annuì, poco convinta. Si guardò attorno, e sentì il cuore sprofondare: non c’era via di fuga possibile, in quella specie di bunker.
Si girò verso Booth, per ripeterglielo, e vide che lui aveva socchiuso gli occhi.
Capì, allora, che non c’era niente a cui pensare, perché lì erano chiusi e lì sarebbero rimasti, e Booth lo sapeva bene, l’aveva detto solo per lei, per darle qualcosa su cui riflettere, a cui aggrapparsi. Le lacrime tornarono a pungerle gli occhi, e questa volta non fece nulla per fermarle.
- Non inventarti cose da farmi fare, Booth- sussurrò, mentre una lacrima le scivolava lungo una guancia.
Booth riaprì gli occhi e la guardò.
La guardò e basta.
Poi allungò il braccio sano e le fiorò il viso con la punta delle dita: - Non l’ho fatto-.
- E invece sì-.
- Okay, l’ho fatto-.
- Non farlo più-.
- D’accordo-.
- Non c’è bisogno-.
- D’accordo-.
Le dita di Booth rimasero sulla sua guancia, mentre Temperance chiudeva gli occhi, nel vano tentativo di bloccare le lacrime.
- E sto piangendo solo per l’accumulo di tensione. Sfogo fisiologico da post-trauma-.
- Non mi devi dire perché stai piangendo, Bones-.
Lei riaprì gli occhi, lui tolse piano la mano, a malincuore.
Temperance fece un respiro profondo: - Adesso fammi vedere quel braccio-.
- Ti ho detto che non …-.
- Non fare il bambino, Booth-.
Seeley tacque e non oppose resistenza.
Rimase zitto, mentre le dita agili di lei gli correvano lungo il braccio dolorante. Ogni tocco era fitta e calore al tempo stesso.
Assurdo, totalmente assurdo.
Appoggiò la testa contro la parete gelida, cercando di non svenire per una delle due cose.

La notizia della macchina schiantata di Booth si era sparsa rapidamente all’interno del Jeffersonian.
Hodgins teneva abbracciata Angela, mentre la sala riunioni si riempiva a poco a poco. Le aveva detto di stare tranquilla, e adesso Angela nascondeva il volto nell’incavo del suo collo. Le aveva detto che si preoccupava per niente, e ora Booth e Brennan erano chissà dove, nelle mani di chissà chi.
La voce salda di Caroline risuonò nella sala: - Molto bene. Siete stati tutti aggiornati circa la situazione?-.
Ci fu un coro di sì.
Angela si liberò dalla stretta di Hodgins e si voltò verso Caroline, asciugandosi le lacrime.
- Bene. Dobbiamo muoverci in fretta. Abbiamo solo la macchina dell’agente Booth e la scena dello schianto. Nessuna telefonata, nessuna rivendicazione – proseguì Caroline in tono pratico.
Nessuno parlava. Cam teneva le braccia incrociate, Zac aveva gli occhi bassi e tesi.
Poi un polizotto entrò nella sala e si affiancò a Caroline, sussurrandole qualcosa all’orecchio. La donna annuì e gli fece segno di andare.
In quel momento la porta a vetri si spalancò.
Caroline annuì in direzione del nuovo venuto:
- Per l’appunto … Sappiate che l’FBI e il Jeffersionan potranno godere del prezioso aiuto del … -.
- … dottor Lance Sweets- finì l’uomo che era appena entrato.
Si aggiustò la cravatta e alzò una mano in segno di saluto.
Angela strinse la mano di Hodgins, Cam abbozzò un sorriso.
Lance Sweets annuì con aria grave: - Li troveremo-.
Sorrise appena, ma nessuno lo vide.

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