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L'AMORE è LIBERO, L'AMORE è GRATIS Capitolo 4Quando la notte era scesa, Lance Sweets stava finendo di scrivere. Il suo appartamento, nel pieno centro di Washington, era immerso nel buio: l’unica luce era quella della scrivania dov’era seduto, penna tra le dita e gli occhi pensosi. Non avrebbe potuto durare ancora a lungo, Lance lo sapeva benissimo: forse li avrebbe lasciati andare quella notte stessa. Ora che annotava le osservazioni fatte durante quell’unico incontro nel bunker, Sweets sentiva di aver perso un po’ quell’interesse che l’aveva guidato fino a quel momento. Benchè fosse stato affascinante ascoltare Seeley Booth e Temperance Brennan intrappolati nel groviglio delle loro tensioni e del loro dolore, non aveva cavato fuori ragno dal buco: nessuna novità, nessun fenomeno particolare. E l’agente Booth, poi, aveva c’entrato in pieno la questione, con quella frase. È forse una novità, che io non voglia la morte di Bones? Preso in pieno. Booth aveva ragione: non c’era niente di nuovo. E l’eccitazione di Lance, lentamente, era svanita. Chiuse il blocco degli appunti e si abbandonò contro lo schienale della sedia: davanti a lui, un’enorme vetrata gli mostrava la città addormentata, irrigidita dal buio e dagli ultimi rimasugli di neve. La decisione era presa: li avrebbe lasciati andare quella notte stessa. Non li avrebbero trovati mai, Lance ne era certo: e lui avrebbe contribuito a depistare le indagini. Poi non sarebbero durati molto, nel gelo e senza cibo: soprattutto quel tronfio arrogante di Seeley Booth. Sweets afferrò il cellulare e chiamò. Lei dormiva ancora tra le sue braccia, quando vennero a prenderli. Per un folle istante, Seeley Booth pensò che forse era finita, che qualcuno li avesse trovati. Ma l’illusione durò poco. Li caricarono su un furgone nero e allora Booth capì che sarebbe cambiata solo la loro prigione. Bones era di fronte a lui, polsi legati e viso pallidissimo: Seeley si rese conto che non avrebbe potuto mentirle, perché lei aveva già compreso. Viaggiarono nella notte per più di un’ora, mentre la testa tornava a pulsargli e Temperance tremava dal freddo. Poi fermarono il furgone e li fecero scendere. Li slegarono. Uno degli uomini rise. Booth fece fatica a rimanere in piedi. Bones lo sostenne con delicatezza. Faceva freddo, un freddo che bucava lo stomaco. Guardandosi attorno, capirono di trovarsi in un bosco. Il furgone ripartì, lasciandoli in mezzo al nulla. Temperance Brennan, allora, pensò che forse sarebbero morti. Cercò di sorridere a Booth, mentre lo faceva sedere a terra. - Una segnalazione. Ci hanno indicato una fattoria appena fuori città – disse Camille, infilandosi il cappotto. Nel bel mezzo della notte, il Jeffersonian era sveglio e attivo: avevano avuto una soffiata. Durante la corsa in macchina, Angela tenne stretta la mano di Jack: nessuno parlava, la tensione immobilizzava ogni parola. La telefonata era piombata poco dopo la mezzanotte, ed era stata breve e agghiacciante: Brennan, Booth, Becchino, fattoria. Mentre accarezzava le dita di Angela, Jack pregava solo di trovarli ancora vivi: malconci, seppelliti, ma ancora vivi. Lance Sweets taceva, gli occhi persi fuori dal finestrino. Giunsero alla fattoria con le altre macchine dell’FBI. Non trovarono nessuno: solo un vecchio bunker abbandonato. Angela e Cam si abbracciarono, mentre Jack Hodgins dava un calcio alla terra ghiacciata. Sweets gli appoggiò una mano sulla spalla, l’espressione grave. I lampeggianti delle automobili dell’FBI scalfirono l’oscurità ancora per qualche ora, poi la notte tornò silenziosa. - È una situazione divertente-. Temperance fissò Seeley, senza sorridere: - Come puoi dire una cosa simile, Booth?-. - Ma sì … il ragazzino che ci rinchiude, poi butta la chiave, poi ci tira fuori e ci abbandona in questo bosco. È divertente, Bones, perché non ci ha fottuto nessuno psicopatico di ovvia pericolosità. Ci ha fottuto Lance Sweets-. Parlava un po’ a fatica, le labbra irrigidite dal freddo. Temperance l’aveva aiutato a camminare fino a un tronco orizzintole, poi l’aveva fatto sdraiare, poggiandogli la testa sul legno. Il taglio sulla fronte non sanguinava più, fortunatamente, ma i suoi occhi si facevano sempre più lucidi. - Non è divertente comunque - mormorò lei, nascondendo le mani nelle maniche. Era seduta accanto a lui, con le gambe incrociate. Booth la fissò per qualche istante, in silenzio. Non sorrideva più. - Lo so, Bones-. - Allora non dirlo-. Seeley la guardò: stava vicino a lui, attenta e infreddolita, gli occhi pieni di paura. Sapeva che buona parte di quella paura era per lui: faceva fatica a stare in piedi, a parlare, e iniziava a non sentire più il braccio ferito. Sarebbe morto in quel bosco, sopra quella terra ghiacciata, sdraiato contro un tronco d’albero. - Non pensarci nemmeno-. La voce di Temperance, decisa, lo strappò dai suoi pensieri. - Come?- mormorò, sorpreso. Lei lo fissò: c’era disperazione, nel suo sguardo. E supplica: - So quello che stai pensando, Booth. Se c’è una cosa che ho imparato da Sweets è capire meglio cosa ti passa per la testa. Ho visto la tua espressione. Non pensarci nemmeno-. - Non devo pensarci nemmeno a cosa, Bones?-. - A morire, stupido-. La voce le tremò appena, ma rimase salda. Booth pensò che avrebbe potuto mentirle, sfoderare un sorriso stanco e borbottarle che no, lui non ci pensava proprio a togliere il disturbo. Bones avrebbe disprezzato la sua bugia, e forse non avrebbe detto più niente. Però Seeley decise di non farlo. Invece allungò piano una mano, cercando il suo ginocchio. Lo trovò e si fermò lì. Temperance lo guardava con gli occhi spalancati, i capelli arruffati e le braccia incrociate: e allora Booth salì con la mano, a trovare una manica, ad insinuare le dita dentro, a contatto con la sua pelle. Trovò la sua, di mano, e la strinse. - Okay- mormorò. - Okay cosa?-. - Non muoio. O almeno ci provo-. Lei annuì: - Dovresti cercare di dormire un po’. Non parlare, risparmiare le forze-. - Non ti lascio qui da sola-. - Non mi lasci qui da sola, Booth. Chiudi soltanto gli occhi e cerchi di riposarti-. - Okay: allora diciamo che non ti lascio a disperarti da sola, Bones-. Temperance abbozzò un sorriso: - Carino da parte tua-. Rimasero per qualche istante in silenzio. Il gelo saliva dalla terra, martellando la pelle: Brennan sapeva che, se non li avessero trovati in fretta, sarebbero presto morti assiderati. Si chiese perché Lance Sweets li avesse lasciati andare così, abbandonandoli a una morte quasi certa. Si chiese perché il freddo facesse così male. Si chiese perché non aveva mai chiesto a Booth di uscire a prendere un caffè, senza omicidi di mezzo. Si chiese perché, durante quel bacio sotto il vischio, non lo avesse tenuto fermo per qualche istante in più, stringendogli la giacca. - A cosa pensi?-. Lui: che la fissava dal basso, i capelli umidi e scompigliati, gli occhi lucidissimi. Perché mentire? Perché inventare? Era scientificamente insensato, Temperance Brennan lo sapeva. Socchiuse gli occhi: -Penso che avrei voluto baciarti per più tempo, sotto il vischio-. Penso che. Avrei voluto baciarti. Baciarti per più tempo. Sotto il vischio. Le dita di Booth si irrigidirono appena, attorno alla sua mano: Temperance avvertì il cambiamento, e strinse i denti, riaprendo gli occhi. Seeley assorbì ancora una volta quelle parole, soppesandole una ad una, assaporandone il tono, il significato. Avrei voluti baciarti. Per più tempo. Sapeva cosa avrebbe voluto risponderle: anche io, anche adesso, anche quando il solo pensiero ti avrebbe fatto indietreggiare. E invece disse: - Credevo che … che avesse rovinato quel qualcosa che c’è tra noi-. - Non … non per me- sussurrò lei. Silenzio. Era sconvolto? Turbato? Infuriato? Sentii le dita lui tornare a distendersi: presero ad accarezzarle il dorso della mano. E Booth, intanto, decise che sarebbe stato meglio non parlare più, e rivide attorno a sé la notte densa e gelida, lo sguardo folle di Sweets, il dolore fisico, la morte acquattata in un angolo. Basta. - Fa freddo, Bones. Se ci stringiamo un po’, staremo meglio- mormorò, sfilando la mano dalla manica di lei. Temperance lo fissò per qualche istante. Booth accennò un mezzo sorriso: - È scientifico. Calore corporeo sommato-. - Già. Scientifico-. Si sdraiò accanto a lui, incastrando le gambe tra le sue. Fronte contro fronte, respiro contro respiro. |