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L'AMORE
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Capitolo 5
Erano passate due, forse tre ore.
La notte ormai avvolgeva ogni cosa, il buio scalfito solo da qualche
stella e dai rumori del bosco. Avevano dormito, per quanto possibile.
Soprattutto lui, aveva dormito. Il calore dei loro corpi vicini era
stato d’aiuto, e Booth era finalmente riuscito a chiudere gli occhi, le
braccia strette attorno a lei. Temperance Brennan l’aveva guardato
dormire, per un po’, la fronte contro la sua, percependo il suo respiro
farsi lentamente più regolare, più lieve, e poi gli occhi grandi di
Booth si erano arresi alla stanchezza e al dolore.
Non l’aveva lasciato, non l’aveva lasciato neanche per un attimo.
Lo sentiva addosso a lei, il corpo forte e sfinito, le mani appoggiate
piano attorno alla sua vita: così protettivo e bisognoso di
protezione.
Erano rimasti così per un pezzo, e Temperance aveva dormito a sprazzi,
svegliandosi a ogni rumore.
Poi gli occhi di Booth erano tornati a spalancarsi:
- Pensi che ne usciremo, Bones?-.
Lei si morse le labbra: - Non lo so-.
Booth sospirò. Temperance sentì un nodo piantarsi in mezzo alla gola:
sapeva bene chi di loro due era messo peggio. Chi sarebbe stato il primo
ad andarsene.
Cercò di non pensarci.
- Dobbiamo … dobbiamo farci venire in mente qualcosa- borbottò.
Seeley la fissò con un mezzo sorriso: un sorriso insopportabilmente
triste:
- Bones, siamo in mezzo al nulla-.
- Lo so, ma …-.
- Non abbiamo cellulari, non abbiamo niente … Dobbiamo essere razionali
…-.
- Perché non posso mai fare quella irrazionale?!- sbottò lei.
- Perché non lo sei, Bones. E farlo non cambierebbe nulla-.
Temperance tacque. Lo guardò negli occhi, cercando un po’ di calore. Non
si erano spostati di un millimetro: la bocca di Booth era sempe lì, a
pochissimi centimetri dalla sua.
Ma aveva senso pensare a una cosa del genere in un momento così, in una
situazione stupido? Era stupido, certo che stupido. Di cattivo gusto,
poi.
O forse no.
Forse no, antropologicamente parlando: il pericolo e il sentore di morte
acuivano gli istinti, spazzavano le inibizioni, i dubbi.
Perciò.
Booth era lì, tra le sue braccia. Ferito, quasi congelato.
E ormai gli aveva detto quelle cose.
Avrei voluto baciarti per più tempo.
Se si fossero addormentati un’altra volta per non svegliarsi mai più,
Temperance Brennan non avrebbe avuto rimpianti: perché le sue labbra
sarebbero state su quelle dell’uomo che le aveva vissuto accanto per
tutto quel tempo, e che ora le moriva, accanto.
Stava per farlo. Lo avrebbe fatto.
Ma una luce violenta l’investì.
Grida confuse, rumore di passi veloci, la terra gelata a scricchiolare.
Ebbe appena il tempo di vedere un sollievo confuso negli occhi di Booth.
Poi lui chiuse gli occhi.
E Angela Montenegro le piombò addosso, bagnandola di lacrime e gioia.
Bianco.
Tutt’intorno. Bianco, pulito, silenzioso.
La dottoressa Temperance Brennan se ne stava accoccolata su una piccola
poltrona verde, in un angolo della stanza. Teneva le ginocchia strette
al petto, un maglione chiaro a collo alto che le copriva completamente
le mani, i capelli legati in una coda di cavallo.
Si guardava attorno, dando le spalle a una piccola finestra: fuori, il
cielo era grigio, gonfio di pioggia. La stanchezza le segnava il viso
pallido: un paio di lividi su una guancia spiccavano sul candore della
sua pelle, gli occhi fissi davanti a sé.
Guardava tutto quel bianco, Temperance Brennan.
E guardava lui.
- Tesoro …-.
Una voce gentile la riportò alla realtà: Temperance sorrise ad Angela.
- Ehi …-.
- Sei ancora qui? Non sei andata a dormire?-.
Angela appoggiò con cautela il cappotto sullo schienale della poltrona,
poi tornò a scrutare l’amica. Temperance scosse la testa: - No, io … io
voglio esserci, quando si sveglierà-.
- Non sarà da solo, posso rimanere io, non c’è problema …-.
- No, Angela, davvero. Voglio … voglio stare qui-.
Angela tacque.
Guardò l’amica: Temperance era stanca, in quei due giorni non aveva
praticamente chiuso occhio. Dopo i controlli medici, le domande, una
corsa a casa e una doccia calda, si era stabilita all’ospedale, e
nessuno era riuscita a schiodarla da quella stanza.
- Novità?- mormorò d’un tratto.
Angela sospirò:
- Lo stanno cercando. A casa sua non hanno trovato niente di utile,
sembra davvero … sparito nel nulla-.
- Sweets non è uno stupido-.
- No, certo che no-.
Temperance abbassò per un istante gli occhi, e Angela trattenne il
respiro.
Si sarebbe finalmente lasciata andare? La corazza si sarebbe sciolta? In
quei due giorni non aveva mai versato una lacrima, non aveva cercato un
abbraccio di troppo. Ma non poteva durare in eterno.
- Vuoi venire a bere un caffè?- sussurrò Angela, appoggiandole una mano
sulla spalla.
- No, ti ringrazio. Preferisco restare qui-.
- Tesoro, solo un caffè, poi ti riporto subito …-.
- Angela, potrebbe svegliarsi da un momento all’altro, hanno smesso di
somministrargli i sonniferi-.
- Sì, ma …-.
- Voglio esserci, capisci? Quando si sveglia-.
Temperance la fissò negli occhi:
- Io voglio esserci-.
Angela annuì.
Si chinò a darle un bacio sulla fronte:
- D’accordo. Ti chiamo se ci sono novità-.
- Grazie-.
La dottoressa Temperance Brennan seguì con gli occhi Angela uscire dalla
stanza e chiudere la porta alle sue spalle. Il bianco tornò a
circondarla, e l’angoscia si fece più soffocante.
Chinò il capo e cercò di respirare a fondo.
Poi rialzò la testa e tornò a fissare l’uomo che riposava nel letto di
fronte a lei, il petto che si alzava a intervalli regolari.
Sotto di lei, nel cortile dell’ospedale, salivano i rumori discreti di
chiacchiere e passeggiate. La pioggia cominciò a tambureggiare sui vetri
della finestra. Temperance appoggiò il mento sulle ginocchia: solo
quarant’otto ore prima era certa che sarebbe morta, che sarebbero morti
tutti e due.
Solo quarant’otto ore prima l’insieme grondante dei suoi sentimenti e
delle sue paure – sempre tanto aggrovigliato e confuso – le era parso
improvvisamente di una semplicità devastante.
Devastante perché le aveva mostrato, per la prima volta, l’ombra aguzza
del rimpianto. E il sapore amaro del non detto, del soffocato, del
nascosto.
Quell’ombra spuntata le premeva ancora addosso, e Temperance Brennan
sapeva di averla evitata, almeno per ora: ma solo perché qualcuno era
arrivato a strapparli dalla fine.
Dalla fine di ogni cosa.
L’antropologia era una scienza esatta eppure, in quella stanza
d’ospedale, la dottoressa Temperance Brennnan pensava che non c’era
niente, di esatto, nella complessità voluta.
E nella semplice e lontana possibilità di rimpiangere qualcosa.
Rimase a contemplare Seeley Booth per un tempo che le parve infinito,
accoccolata su una poltrona, contandogli i respiri, soffocando la
bruciante tentazione di sdraiarsi accanto a lui e aspettare così il suo
risveglio, vicina al suo odore, vicina al suo calore.
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