L'AMORE è LIBERO, L'AMORE è GRATIS

Capitolo 6

Jeffersonian. Mezzogiorno.
Un tiepido sole invernale scaldava i vetri di quello che era l’ufficio della dottoressa Temperance Brennan. Sul divano Jack Hodgins abbracciava Angela Montenegro.
- A cosa pensi?- mormorò, carezzandole piano una guancia.
Angela socchiuse gli occhi:
- Al fatto che sono molto sollevata-.
- Come hai trovato Brennan, prima?-.
- Sfinita, direi. E un po’ pensierosa-.
Jack fece scivolare la mano tra i suoi capelli:
- Con quello che ha passato è più che normale-.
- Già-.
Un lieve sorriso si dipinse sul viso dell’uomo:
- Ma …-.
- Ma cosa?-.
- Hai detto un già che presupponeva un ma, Angie …-.
La donna si divincolò dal suo abbraccio e si voltò a fissarlo, l’espressione seria:
- Non so, è che … ho visto come lo guardava-.
- Come guardava chi?-.
- Come Brennan guardava Booth-.
- E come?-.
Angela si morse un labbro:
- Non lo mai vista così, Jack. Lo guardava in un modo che non ho mai …-.
Jack le prese una mano e se la portò alle labbra, interrompendola:
- Tesoro, Booth ha rischiato di morire. E’ normale che lei sia ancora tesa e preoccupata-.
- Già, immagino che tu abbia ragione- sospirò lei.
- Ha rischiato di perdere un amico, no? Qualcosa in più di un collega-.
Angela fisso Hodgins negli occhi:
- Qualcosa in più di un amico, Jack-.


Il sole entrava piano nella stanza, disegnando sagome di luce sulle pareti bianche.
Lui dormiva ancora, il respiro regolare, i capelli spettinati.
Non molto, e si sarebbe svegliato.
Temperance, da quando Angela l’aveva lasciata sola, non si era mossa dalla poltrona.
Una miriade di pensieri le affollava la mente, tanto che aveva l’impressione di non riuscire a riflettere lucidamente su niente.
Erano quasi morti, lei e Booth.
Per colpa di Lance Sweets.
C’erano molte domande cui Temperance non riusciva dare una risposta, non ultimo il perché lo psichiatra avesse fatto quella telefonata al Jeffersonian, dicendo in tutta tranquillità dove si trovavano lei e Booth e consentendo loro di essere salvati in tempo.
Perché Sweets non avesse fatto nulla per nascondere quello che era successo: quella telefonata era equivalsa a una confessione firmata.
E ora l’FBI gli dava la caccia, ancora senza risultato.
Tuttavia, in quelle ore, rabbia, paura e macchinazioni avevano lasciato il posto ad altri pensieri.
Ad altre sensazioni.
Ad altre paure.
Un colpo di tosse la riportò alla realtà.
O forse no, forse era stato un gemito.
Temperance scattò in piedi, il cuore che le batteva forte nelle orecchie.
- Ehi …-.

Ehi.

La sua voce.
La voce di lui.
Tre lettere.

Ehi.

Temperance non sapeva esattamente come fosse arrivata al letto, ma c’era arrivata. E Booth era lì, a pochi centimetri, sdraiato, che la fissava con un sorriso da bambino.
Vivo.
Sveglio.
- Ehi - mormorò Temperance, la voce quasi un sussurro.
Pensò che avrebbe voluto toccarlo, sfiorargli una mano, la fronte, i capelli.
Ma non lo fece.
Rimase inchiodata ai suoi occhi:
- Come … come ti senti?-.
Booth si passò una mano sul viso:
- Benone, non … non sento niente. Nemmeno il mio corpo-.
- Sono i sedativi. Hai dormito per più di ventiquattr’ore-.
- Per più di ventiquattr’ore?-.
Temperance annuì. Sentiva un nodo alla gola. Uno stupidissimo nodo alla gola.
Ma non c’era motivo di piangere, tutto era andato bene.
Non doveva piangere.
Booth sospirò, appoggiandosi una mano sul petto nudo:
- E quel bastardo?-.
- Lo stanno ancora cercando-.
- E tu stai bene?-.
Lei inghiottì il nodo alla gola:
- Sì, sto bene-.
- Bene-.
- Bene-.
Si fissarono per qualche istante, in silenzio.
Poi temperance gli raccontò della telefonata di Sweets e di come li avessero e trovati, e mentre lei parlava nella testa di Booth si affolava una miriade di pensieri. Alcuni prevedibili, altri più inappropriati. Pensava a quel figlio di puttana di Sweets, alla notte del bosco. Pensava alla morte.
Pensava a Bones.
Pensava soprattutto a Bones.
Quando lei tacque, Booth vide che aveva gli occhi lucidi. Le cercò la mano e la strinse.
A quel contatto improvviso, Temperance sussultò.
- Hai le mani gelate- mormorò Seeley, fissandola negli occhi.
Lei annuì, distogliendo lo sguardo.
- Dove sei stata in queste ventiquattr’ore? Ti sei riposata un po’?- domandò lui.
- Sì, certo-.
Non lo guardava nemmeno ora.
Le strinse la mano con più forza, e lei sollevò gli occhi su di lui.
- È finita, Bones. È finita- sussurrò Seeley.
- Certo, lo so, è solo che …-.
La voce le mancò. Le lacrime, invece, persero i freni.
Temperance non faceva mai rumore, quando piangeva. E Booth sentì il suo cuore perdere un battito, a vederla con il viso rigato di pianto, silenziosa e discreta, aggrappata alla sua mano.
- Mi dispiace- mormorò lei.
- Non è un problema-.
- Sto piangendo solo per l’accumulo di tensione. Sfogo fisiologico da post-trauma-.
- Non mi devi dire perché stai piangendo, Bones. Te l’ho già detto-.
- È che sto piangendo un po’ troppe volte, ultimamente-.
Booth abbozzò un sorriso:
- È solo la seconda volta, in fondo-.
Temperance annuì, sorridendo di rimando. Non parlarono per un po’, e lui le lasciò la mano.
Aveva dormito per più di un giorni, eppure si sentiva sfinito.
Quando Temperance se ne andò, rimase a fissare il soffitto.
Erano vivi, Sweets sarebbe stato preso a breve, tutto era finito per il verso giusto.
Tutto bene, certo.
Ma non riusciva a dimenticare cosa si erano detti lui e Bones, in quelle ore.
I ricordi erano tutti lì, aggrappati saldamente alla memoria: li ripercorse di continuo, godendo del calore che gli trasmettevano.
Pensieri inappropriati, forse.
Ma era troppo stanco per rimproverarsi e sentirsi in colpa in una qualche maniera.


- È bello vederti con un’espressione umana e non da pesce lesso!-.
Booth sorrise:
- Grazie, Hodgins-.
- Di niente - ribattè Jack.
Appena Temperance se ne era andata, Seeley aveva avuto ben poco tempo per rimuginare sui suoi pensieri. La porta della stanza si era aperta ed erano comparsi i visi sorridenti di Jack Hodgins e Angela Montenegro.
Cam e Zach, gli avevano spiegato, sarebbero venuti nel tardo pomeriggio.
Angela lo aggiornò circa la questione di Sweets, e Booth ascoltò ogni parola con interesse misurato.
Se ne andarono dopo una quarantina di minuti.
Hodgins era già uscito e Angela era sull’uscio, quando la donna si voltò verso di lui.
Si fissarono per qualche istante.
Lei prese un bel respiro e fece dietrofront, tornando accanto al letto:
- Booth …-.
- Che c’è?-.
Angela lo fissò negli occhi, torturando con la mano destra una sponda del letto:
- Booth, lei è rimasta tutto il tempo qui-.
- Cosa?-.
- Brennan. È rimasta qui sempre. Lì, sul quella poltrona. A guardarti. Sempre-.

A guardarti.
Sempre.

...To be continued...

Cap.5 - Cap.6 - Cap.7