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L'AMORE
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Capitolo 7
Era bello camminare, sentire l’aria fredda
sulla faccia.
Era bello arrancare sull’asfalto, il passo ancora un po’ incerto, sotto
il sole tiepido dell’una del pomeriggio: a pochi metri dal Diner, ormai,
in una Washington viva e che non aveva nulla, del biancore soffocante
dell’ospedale.
Bello era camminare con Bones. Di nuovo. Insieme.
Seeley Booth e Temperance Brennan entrarono a passo lento nel locale.
Lei gli stava vicino, adeguando la propria andatura a quella di lui: gli
aprì la porta e lo fece passare, lui le rivolse un sorriso divertito ma
ubbidì, senza fare commenti.
Si sedettero al solito tavolo, uno di fronte all’altra.
Mentre davano un’occhiata ai menù, Temperance sbirciò Booth: l’avevano
dimesso la sera prima e aveva decisamente un aspetto migliore. Era
tuttavia ancora un po’ debole ma, benchè lei ci avesse provato con tutte
le sue forze, non era riuscita ad obbligarlo a rimanere a casa. Il
riposo forzato non faceva per Booth, esattamente come non faceva per
lei: e poi le aveva scaldato il cuore, vederlo sul suo pianerottolo
mezzo’ora prima, armato di sorriso e invito a pranzo.
- Hai scelto?-.
La voce di lui la distolse dai suoi pensieri.
- Oh, certo-.
- Perfetto, allora ordiniamo: sto morendo di fame-.
Aspettarono in silenzio che la cameriera arrivasse e prendesse le
ordinazioni. Quando se ne fu andata, Booth se ne stava appoggiato allo
schienale, occhi socchiusi e braccia conserte.
- Sei stanco? - domandò Temperance, richiudendo i menù.
- No, non particolarmente. Mi sto solo godendo il fatto di essere qui,
di nuovo-.
Lei annuì:
- Già-.
Booth riaprì gli occhi e la guardò:
- Con te-.
Sbam.
Il menù era caduto.
Temperance si affrettò a raccoglierlo, maledicendo il suo gomito e
quella stupida reazione.
Non era più al liceo, non aveva sedici anni da un bel pezzo: eppure, due
semplice parole le avevano fatto scattare il braccio e ora, mentre la
sua testa tornava a fare capolino sopra il tavolo, si sentiva le gote in
fiamme. Booth la guardava con espressione divertita:
- Tutto bene?-.
Temperance annuì, abbassando gli occhi:
- Certo, certo-.
Silenzio.
Ancora.
Perché ce n’era così tanto, di silenzio?
Temperance guardò di sottecchi Booth: se ne stava sempre a braccia
conserte, pensieroso.
Lo sguardo perso al di là delle vetrate.
La dottoressa Brennan decise che la situazione andava ripresa in mano.
- Le … le ricerche di Sweets sembrano arrivate a un punto morto, ho
paura che … - attaccò lei, ma Booth sollevò appena una mano e la
interruppe.
- Non voglio parlare di Sweets, Bones- mormorò, fissandolo negli occhi.
Lei ricambiò lo sguardo, confusa:
- No? Pensavo … insomma, ora stai meglio, dovremmo cominciare a
occuparci totalmente di questa storia, Sweets potr …-.
- No. Non voglio parlare di lui-.
Temperance tacque.
Incrociò le braccia: si fissarono così per qualche istante, seduti nelle
stesse posizioni.
- E di cosa vorresti parlare, allora?-.
Booth si sporse verso il tavolo che li divideva:
- Lo sai-.
Un ronzio nelle orecchie.
- No, non lo so-.
- Sì che lo sai-.
- No, Booth-.
Lo sguardo che lui le lanciò fu come una freccia: la trapassò da parte a
parte.
Uno sguardo pieno, esasperato, lucido.
- Di quello che ci siamo detti laggiù, Bones - sussurrò Seeley.
Cambiò posizione, appoggiando le braccia sul tavolo.
- Laggiù? – mormorò Temperance.
Era quello il gioco: ripetere le ultime parole di lui, fingendo di non
capire ciò che invece capiva perfettamente.
- Laggiù, Bones: in quella specie di cella, nella foresta - disse Booth,
la voce roca.
- Non capisco cosa vuoi dire-.
Un’ombra d’impazienza passò negli occhi di lui:
- Sì che capisci, invece. Ci siamo detti delle cose. Cose che non ho
dimenticato-.
Lei non rispose.
Si limitò a sostenere il suo sguardo, con fatica.
Un tocco caldo le avvolse una mano.
Abbassò gli occhi sulle dita di Booth, che le accarezzavano il palmo
sinistro con delicatezza.
- Cosa … cosa stai facendo?- borbottò, sentendo lo stomaco fare una
capriola.
- Ti sto accarezzando una mano-.
- Smetti di farlo-.
- Perché?-.
- Perché di sì-.
Ma Booth non smise.
La fissava dritta negli occhi.
- Sei stata accanto al mio letto sempre, in questi giorni – mormorò lui.
- Certo, io …-.
- Ci siamo detti delle cose, Bones, e io le ho tutte qui, in mente. E
credo anche tu-.
- Togli quella mano, Booth-.
- Non ho nessuna intenzione di farlo, Bones-.
- Se non togli quella mano, potrei tirarti un calcio sotto il tavolo.
Mandare a quel paese i tuoi attributi da Maschio Alpha una volta per
tutte-.
- Non svicolare-.
- Non sto svicolando, è una minaccia, Booth-.
- Non funziona, allora, perché non sono affatto intimorito-.
Temperance sfilò di scatto la mano da sotto le dita di Seeley.
Era arrabbiata. E spaventata. E … altro, altro di confuso, grondante,
potente.
Altro che non riusciva a spiegarsi.
Fece un respiro profondo:
- Cosa vuoi da me, Booth?-.
L’espressione di lui si fece ancora più intensa:
- Voglio solo parlare. Parlare davvero-.
Silenzio.
Poi Booth si sporse verso di lei: i loro volti si trovarono a pochi
centimetri.
- Avrei voluto baciarti per più tempo – sussurrò piano.
Temperance sentì il suo cuore perdere un battito.
O forse no, forse riguadagnarne un centinaio in un colpo solo:
- Cosa … cosa stai dicendo?-.
- Non sono parole mie, Bones-.
Lei distolse lo sguardò: cercò con gli occhi la strada, la gente, le
automobili.
Qualcosa.
Booth si fece ancora più vicino: lei poteva sentire il profumo agrodolce
del dopobarba, il calore del suo fiato, l’odore pulito dei capelli
spettinati.
Le sfiorò il mento con l’indice e il pollice:
- Non sono parole mie, ma non vuol dire che non le condivida appieno-.
Temperance Brennan, a quel punto, fece l’enorme errore di incontrare i
suoi occhi.
...To be continued...
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