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Capitolo 8

Enorme. Gigantesco.
Immane errore.
- Devo … devo andare in bagno, scusami - balbettò Temperance, alzandosi di soprassalto.
Booth la fissò a bocca aperta:
- Cosa?-.
- In bagno … scusami … devo andare- sussurrò lei, scivolando oltre la panca e allontanandosi a passi nervosi. Lui non ebbe il tempo per ribattere nulla: la guardò finchè non scomparve dietro la porta scura della toilette. L’agente speciale Seeley Booth si lasciò andare contro lo schienale, sospirando.
Fissò il posto vuoto di fronte a sé: cercò di ricostruire quelle sensazioni, quelle percezioni spazzate via tanto all’improvviso.
Impossibile.
Finì con il socchiudere gli occhi, le dita che tambureggiavano nervose sul tavolo.

Era ridicolo.
Assolutamente ridicolo.
La dottoressa Temperance Brennan fissava l’immagine riflessa nello specchio di fronte, le mani appoggiate al lavadino, il respiro leggermente affannoso. Aveva aperto i rubinetti e un getto di acqua fresca scorreva ininterrotto da ormai quasi cinque minuti. Esattamente: erano quasi cinque minuti che era chiusa in quel bagno, e non aveva nessuna intenzione di uscirne.
Non in quello stato, non con quell’uomo a quel tavolo. Non con quei discorsi.
Eppure era assurdo: dopotutto era una donna matura, una scienziata, una persona affermata e sicura. Non c’era nulla di cui avere paura. O forse sì.
O forse non era neppure paura, ma qualcosa di molto più complesso.
Qualcosa che, con sgomento, si era scoperta incapace di affrontare.
Tuttavia, a qualche metro da lei, solo a un tavolo, non c’era uno sconosciuto: si trattava di Booth, del suo Booth. O era proprio quello il problema?
Rapidissime, nella sua mente, scorsero le immagini del bacio sotto il vischio, degli abbracci dopo il rapimento, Seeley a occhi chiusi nel letto bianco, le dita di lui lunghe e calde, incapaci di rimanere immobili, avanti e indietro sul suo palmo. Temperance si aggrappò al lavandino e chiuse gli occhi.
Doveva smetterla. Doveva ritrovare la calma.
Calma e lucidità.
Toc.
Spalancò immediatamente gli occhi.
L’aveva sentito davvero?
Toc.
- Bones?-.
Temperance si volse alla porta, il cuore che batteva a mille.
- Chi … chi è?- mormorò, avvicinandosi a passi lenti.
Uno sbuffo:
- Chi vuoi che sia, Bones? Sono io. Volevo sapere se va tutto bene-.
Lei era quasi arrivata alla porta: la chiave nella toppa era a pochi centimetri.
- Tutto … tutto bene, certo – disse, allungando una mano.
- È che … insomma, sei qui dentro da più di cinque minuti e …-.
Le dita di Temperance artigliarono la chiave: la girò con un gesto secco e aprì la porta. Booth la guardava, le braccia lungo i fianchi.
Lei annuì:
- Tutto bene, visto?-.
- Bene, allora … Torniamo al tavolo?-.
- Certo-.
- Bene-.
Lo seguì a passi lenti.
Basta: doveva razionalizzare. Doveva farlo.
Riportare la situazione agli standard consueti. Ristabilire le posizioni, i rapporti, il tenore delle conversazioni. Riappropriarsi di ogni cosa.
Si risiedettero al tavolo, il Diner che si rimpieva sempre di più.
Lo sguardo di Temperance vagò su una coppia appoggiata al bancone: lei sorridente, i lunghi capelli raccolti in una coda di cavallo, lui con un ghigno divertito, una mano che sfiorava un fianco di lei.
Quella, da un mero punto di vista antropologico, era chiaramente una relazione sessuale riuscita.
Ed era questo, quello che Booth cercava di dirle?
Che voleva una relazione sessuale riuscita?
Non si accorse di averlo detto ad alta voce.
O meglio, se ne rese conto quando un’occhiata di Booth la infilzò, penetrante e intensa:
- Io non sono già arrivato a quel punto-.
Già.
Quindi aveva intenzione di arrivarci.
Booth si sporse verso di lei:
- Bones, cercavo soltanto di affrontare la situazione. Soltanto di parlare. E tu sei scappata in bagno-.
- Questo non è vero - sbuffò lei.
- Sì, invece-.
Temperance avvicinò il viso a quello di lui, allungandosi attraverso il tavolo:
- Booth, riportiamo il contesto antropologico e lavorativo a un livello standard, d’accordo?-.
Lui la fissò, corrugando la fronte:
- E questo cosa vorrebbe dire?-.
- Significa tornare indietro, cancellare tutti i refusi che si sono scatenati dopo l’esperienza traumatica che abbiamo vissuto. Ogni cosa, Booth: sensazioni, impulsi-.
- Stai dicendo che … che tutto quello che …-.
- Booth, il trauma scatena negli esseri viventi reazioni fuori dagli standard consueti, e questo accade soprattutto tra gli esseri umani, pertanto ritengo …-.
Seeley sollevò una mano, interrompendola.
La guardava con durezza. Durezza mista a qualcos’altro.
- Non voglio sentire altro, Bones-.
Lei inspirò profondamente:
- Concordi, allora?-.
- Niente affatto-.
- Cosa significa?-.
- Significa che penso tu abbia detto un mucchio di sciocchezze-.
Si fronteggiarono per qualche istante, i visi a pochi centimetri.
Booth le prese una mano, con un gesto deciso.
Lei lo fulminò con lo sguardo:
- Cosa fai?-.
- Quello che facevo prima che tu andassi in bagno. Ti accarezzo una mano-.
- Booth, ti ho fatto un discorso scientificamente impeccabile, prima e …-.
- … e non m’interessa niente. Perchè tu non ci credi davvero-.
Temperance sentì la sua sicurezza vacillare:
- Non credo davvero a cosa?-.
- A quelle tue teorie. Lo so che non ci credi. Lo so perché c’ero anch’io, durante il cosiddetto trauma-.
- Tu non sai proprio niente, Booth-.
- So che hai paura, per esempio-.
- Non ho paura-.
- Invece sì. E anche io-.
- Io non ho paura-.
- Cosa faresti se ti baciassi, Bones?-.
Tum.
Temperance lo fissò negli occhi, scotendo la testa, il cuore nelle orecchie:
- Non lo faresti-.
- E se lo facessi, Bones? Se ti baciassi qui, adesso?-.
Seeley aveva alzato la voce, per sovrastare il brusio nel Diner.
Qualcuno si voltò a guardarli.
- Tu non mi bacerai, Booth. Tu non vuoi baciarmi-.
- Voglio, invece-.
- Ah sì? In tal caso, potrei anche darti un pugno-.
Negli occhi lucidi di Booth passò un lampo di divertimento:
- Un pugno?-.
Temperance sostenne il suo sguardo, sentendo la rabbia crescere, e insieme alla rabbia qualcos’altro, altro che non avrebbe saputo definire. Cercò, con uno strattone, di liberare la mano dalle dita di lui: ma Booth non la lasciò andare.
I loro visi erano vicinissimi.
Sentiva il suo respiro. Il suo calore. Il suo odore.
Si aggrappò all’ultimo rabbioso rimasuglio di lucidità:
- Tu … non … mi … bacerai-.
E fu un attimo.
La rabbia, all’improvviso, montò di nuovo, e lei sentì il fuoco e una paura indistinta salirle su per lo stomaco, risalire la gola, arrivare alle labbra, e allora la bocca di Booth fu vicina alla sua, vicinissima, e lei non potè far altro che cercare il respiro di lui, il suo lieve ansimare.
Il bacio iniziò furioso, profondo, le mani di Booth che le sfiorarono le guance, le tempie, e lei si perse nel suo odore, e il Diner implose in un scoppio di sensazioni, confusione, eccitazione.
Svanirono la folla, i rumori, il tavolo che li separava, e il bacio si addolcì a poco a poco, le labbra che si staccarono appena, continuando a cercarsi, a sfiorarsi.
La dottoressa Temperance Brennan aprì piano gli occhi, ad incontrare quelli di lui.
E un’indignazione confusa le salì alle mani, perché questo non sarebbe dovuto succedere, non era razionale né sensato né antropologicamente necessario, e Booth l’aveva fatto sfidandola, lì, a quel tavolo, e lei era stata costretta a … A cedere e …
Ed era soltanto colpa di quell’uomo.
Un pugno violentissimo si abbattè sul viso di Seeley Booth.
La dottoressa Brennan lo guardò – il braccio ancora sollevato - portarsi le mani al volto, mentre il sangue iniziava a fluire copioso. Udì qualcuno urlare, un rumore confuso di passi che si dirigevano al loro tavolo, il brusio che cresceva, il Diner che si animava.
- Che diavolo è successo qui?-.
- Ma siete diventati pazzi?-.
- È stata la donna, l’ho vista!-.
Temperance non riusciva a muovere un muscolo.
Capì cosa aveva fatto davvero quando lui sollevò il volto insaguinato.
Booth la fissò in silenzio, le mani abbandonate lungo i fianchi, il naso spaccato.
- Mio Dio- balbettò Temperance. Aveva la gola secca.
Attorno al loro tavolo si era formato un capannello di persone.
Temperance si alzò in piedi:
- Io … noi … non è successo niente …-.
Una voce roca la interruppe: Booth.
- Gente, siamo dell’FBI, va tutto bene, nessuno problema. Ora … ora riprendete a mangiare, fate le vostre cose, ce ne … ce ne andremo immediatamente - mormorò, cercando di alzarsi, una mano sul naso.
La folla cominciò a scemare, i borbottii che non si affievolivano.
Temperance aggirò il tavolo: s’infilò sotto un braccio di Booth, offrendogli la spalla.
Il sangue continuava a fluire, e lui era sempre più pallido.
- Booth, mio Dio, mi dispiace così tanto- sussurrò, mentre lo aiutava a uscire dall’incastro tra il tavolo e la panca.
Lui annuì con fatica:
- Credo che … credo sia meglio che tu mi dia uno strappo al Pronto Soccorso-.
- Certo … Booth, davvero, io non …-.
Un lampo divertito passò negli occhi di Seeley:
- Non volevi?-.
Temperance aprì la bocca per ribattere, poi rinunciò.
Uscirono dal Diner, in silenzio, sotto decine di sguardi curiosi.
Arrivarono alla macchina e, prima di mettere in moto, il cellulare di Temperance squillò.
Era Angela.
Temperance rimase un istante in silenzio, ascoltando la voce dall’altra parte del ricevitore.
Poi deglutì:
- Angela, no, non possiamo venire subito, è che …-.
S’interruppe e lanciò un’occhiata costernata a Booth, accasciato sul sedile, un fazzoletto arrossato premuto contro il naso. Lui ricambiò l’occhiata.
Temperance sospirò:
- Angela, io e Booth stiamo andando al Pronto Soccorso. Io … io gli ho appena rotto il naso, credo-.

...To be continued...

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