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L'AMORE
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Capitolo 9
- Brennan, si può sapere cosa ti è saltato in
mente?-.
Angela le stringeva una spalla, offrendole un caffè bollente.
Il corridoio era un continuo viavai di medici, infermieri, pazienti.
Appoggiata a una parete, gli occhi socchiusi e la testa pesante, la
dottoressa Temperance Brennan cercava di fare ordine e pulizia tra i
suoi pensieri.
Pensieri aggrovigliati, appannati.
- Io … gli ho dato un pugno- sussurrò.
Angela fece una smorfia:
- Questo l’ho visto, tesoro, quell’uomo è seduto di là con il naso
spaccato!-.
Temperance afferrò il bicchiere di plastica che l’amica le porgeva.
Sorseggiò il caffè, lasciando che la bevanda bollente le ustionasse la
lingua e la gola.
Angela strinse più forte la spalla:
- Tesoro … perché l’hai fatto?-.
Temperance alzò lo sguardo e sospirò:
- Perché mi ha baciata, Angela-.
La mano della giovane si staccò dalla sua spalla.
Angela si portò le mani sui fianchi, l’espressione indecifrabile:
- Ti ha … baciata?-.
- Sì-.
- E tu gli hai dato un pugno-.
- No, prima ho … risposto. Dopo, gli ho dato un pugno-.
- Hai risposto? Al bacio, vuoi dire?-.
- Sì-.
- E poi gli hai dato un pugno-.
- Poi gli ho dato un pugno, sì-.
Angela annuì, le labbra strette.
Quando alzò gli occhi su di lei, Temperance ebbe la sensazione che
Angela tentasse di trattenere un sorriso.
- È molto logico, certo …- borbottò.
- Angela, ti sembra il caso di fare dello spirito?-.
- No, bè, è solo che …-.
- Che cosa?-.
Angela le sfilò dalle mani il bicchiere vuoto e sorrise:
- Concordi con me sul fatto di avere avuto una reazione un po’
eccessiva, vero?-.
- Sì, ma … Gliel’avevo detto, che l’avrei fatto. Che avrei reagito in
questo modo, che …-.
- Tesoro …-.
Temperance tacque: sapeva che, in fondo, Angela aveva ragione.
Per quanto, ad ogni modo, avesse voluto fare davvero del male a Booth, a
quel tavolo, non si era immaginata di arrivare a un punto simile.
A un punto tanto irrazionale.
E irrazionale era stato il pugno.
E irrazionale, non ultimo, il bacio.
Forse.
S’impedì di continuare a pensarci:
- Al telefono avevi detto che dovevamo venire perché c’erano novità su
Sweets, no?-.
Il repentino cambio di argomento sembrò disorientare per un attimo
Angela.
- Sweets? Ah, certo, sì- mormorò d’un tratto, frugando nella borsa a
tracolla.
Temperance attese che l’amica le porgesse quello che cercava.
- Tieni. È arrivata qualche ora fa. Portata da un ragazzetto che però
non ha saputo dirci niente. È … è indirizzata a te e a Booth- disse
Angela, allungando una mano.
Lei prese la lettera, con un vago senso di nausea.
- Sono riuscita a convincere l’FBI a non toccarla prima di te e Booth -
sussurrò Angela.
- C’è … si è messo come mittente-.
- Già: Lance Sweets-.
Temperance rigirò per qualche istante la busta, lo stomaco stretto.
Che pausa pranzo assurda.
Seeley Booth s’infilò con cautela la maglietta pulita che un’infermiera
gli aveva gentilmente procurato. La sua, di maglietta, era
appallottolata in un sacchetto di plastica: un ammasso bianco e rosso.
L’avrebbe cestinata, una volta a casa.
E poi si sarebbe buttato sul divano, con la seria intenzione di non
alzarsi per un bel pezzo.
Alzò il braccio malandato per infilarlo nella manica del giubbotto, e il
movimento gli costò una certa fatica: la testa, per attimo, tornò a
girargli, e dovette appoggiarsi alla sponda del lettino.
Il piccolo specchio appeso di fronte gli restituì la propria immagine
malconcia: il naso, fortunatamente, sarebbe tornato a posto, ma un
bendaggio quasi grottesco troneggiava sul suo viso.
Borbottò un grazie Bones mentre finiva di infilarsi il giubbotto.
Era pazzesco pensare che lei l’avesse fatto davvero: che l’avesse
picchiato sul serio.
Le sensazioni rimaste ancorate alla memoria e alla pelle di Seeley Booth
erano contrastanti e mescolate: il calore e la furiosa dolcezza del
bacio, il dolore del naso spaccato, la rabbia di Bones ma anche le sue
labbra dischiuse in risposta, lisce, umide, calde e …
- Booth-.
Ed eccola lì.
Incorniciata dalla porta, una mano in tasca, l’altra stretta attorno a
una busta, le labbra corrugate: lì.
Temperance mosse un passo verso di lui:
- Come stai?-.
Come stai.
Booth alzò le spalle:
- Oh, bè, direi benone-.
Lei si morse un labbro.
Seeley la fissò: si sentiva in colpa. Finalmente si sentiva in colpa.
- Mi dispiace così tanto, Booth, non era mia intenzione …-.
- Non era tua intenzione?!-.
Temperance gli si avvicinò:
- Fammi dare un’occhiata, almeno per …-.
Booth sollevò una mano, bloccandola:
- Mi hanno già medicato, Bones. Ed è meglio che tu mi stia a distanza di
sicurezza-.
Ci fu qualche attimo di silenzio.
- Sei arrabbiato- mormorò Temperance.
Sei arrabbiato.
Non era una domanda.
Booth non disse nulla: era arrabbiato? Era arrabbiato davvero? Oppure,
al di là del dolore fisico, era qualcos’altro a fargli male, a farlo
sentire tanto ferito? Guardò Bones e sentì, sì, rabbia.
Ma una rabbia molto più complicata di quanto lei e, in fondo, lui stesso
potessero immaginare.
- Ti ripeto che mi dispiace moltissimo, Booth- mormorò Temperance,
rigida.
Seeley annuì, e il naso gli pulsò dolorosamente.
- Ho soltanto una … giustificazione parziale, tuttavia questo non toglie
che …-.
- Cosa? Una giustificazione parziale?-.
Rabbia: Booth deglutì, fissandola negli occhi.
Bones sostenne il suo sguardo, indietreggiando leggermente:
- Bè, Booth, obiettivamente, ti avevo detto cosa avrei fatto se tu … E
tu l’hai fatto comunque, ignorando la mia concreta intimazione, pertanto
…-.
- Pertanto cosa? Mi stai dicendo che me la sono cercata?-.
Seeley fece un passo in avanti, e lei indietreggiò ancora, senza però
abbassare lo sguardo.
Uno di fronte all’altra.
La tensione era quasi insopportabile.
Poi Temperance, all’improvviso, gli allungò la busta:
- Ad ogni modo … volevo farti avere questa-.
Booth la prese, senza guardarla negli occhi:
- Che cos’è?-.
- È una lettera di Sweets-.
- Sweets?-.
- È arrivata al Jeffersonian qualche ora fa, mentre noi eravamo … mentre
eravamo a pranzo-.
Booth fissò la busta per qualche istante.
Sweets. Di nuovo. Una fastidiosa sensazione di nausea gli salì dallo
stomaco.
- È indirizzata anche a te, Bones- borbottò, alzando gli occhi su
Temperance.
- Lo so-.
- L’hai già letta?-.
- Sì-.
Booth indietreggiò fino al letto e si sedette.
Guardò la lettera per un po’, in silenzio, il cuore che gli batteva
furiosamente nel petto.
Un colpo di tosse:
- Bene, allora … allora io vado al Jeffersonian, ti accompagnerà a casa
Hodgins, ti aspetta qui sotto-
Booth sollevò di scatto la testa.
Improvvisamente, l’idea che Bones se ne andasse in giro da sola gli
parve intollerabile: Sweets aveva scritto quella cosa, Sweets era in
circolazione ed evidentemente non aveva smesso di occuparsi di loro,
anche soltanto con qualche riga in calce.
Si alzò in piedi, ignorando il pulsare del naso:
- Bones, non puoi andartene in giro da sola, Sweets …-.
Lei scosse la testa e incrociò le braccia, un sorriso stanco dipinto in
volto:
- Booth, non credo che abbia intenzione di farci ancora del male. Leggi
la lettera-.
- Non dire sciocchezze, Sweets è uno psicopatico, come puoi essere sicu
… -.
- No, Booth-.
Lui tacque.
Temperance lo guardò per qualche istante con una strana espressione.
- Leggi la lettera, Booth - ripetè con dolcezza.
Lo lasciò, lì, in quella stanza, la busta tra le mani e un uragano di
pensieri nella testa.
Hodgins lo accompagnò a casa, cercando di non ironizzare troppo sul naso
spaccato.
Un volta sul suo divano, Booth fissò a lungo il soffitto, cercando di
calmare il tumulto che gli scuoteva la mente.
Lesse la lettera in silenzio, mentre i ricordi - quasi abbacinanti - del
rapimento, dei pestaggi, del freddo nella foresta e delle lacrime
tentennanti di Bones facevano irruzione, prive freni.
Lesse la lettera una volta, due volte, tre.
Rivide se stesso sdraiato a terra, Bones china su di lui, le gambe
allacciate tra loro per ritrovare un po’ di calore, quelle parole
smozzicate, le mani gelate di lei, il buio denso della foresta.
Rimase sul divano tutto il pomeriggio, fino a sera, sveglio, lo sguardo
che andava dalle parole di Sweets al soffitto del suo soggiorno.
Non aveva nessuna intenzione di chiudere gli occhi.
Quando venne la notte, si addormentò senza volerlo, sfinito, la lettera
aperta appoggiata sul petto.
Lo specchio la rifletteva
tutta intera.
Si contemplò per qualche istante, le mani infilate nelle tasche e i
capelli stretti in una coda di cavallo. L’indecisione durò ancora un
paio di minuti, poi spense la luce dell’abat-jour, s’infilò il cappotto
e usci dall’appartamento.
Lo avrebbe fatto, punto e basta.
Ci sarebbe andata.
Temperance Brennan s’inoltrò nella notte umida di Washington, le parole
di Sweets che le ronzavano nella testa e una sola, unica certezza, nel
bene e nel male.
La certezza che non avrebbe lasciato Booth da solo, quella notte.
...To be continued...
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