Riassunto

Il quintetto base di una Brennan che si appassiona improvvisamente al basket e alla filosofia di squadra di Phil Jackson è composto idealmente dai suoi squintern Edison, Vaziri, Bray, Fisher e Abernathy.

L’obiettivo della sua squadra non è dei più semplici, infatti i tirocinanti devono riconoscere quanti più resti non ancora identificati che si trovano al Jeffersonian. La Brennan li incoraggia personalmente spronandoli a dare il meglio di sé, chiudendo il discorso con una pacca sul sedere accompagnata da un caloroso “bravo”, proprio come riportato nel manuale di Phil Jackson.
La partita inizia con i cinque ancora presi dalla sfida personale: sono disposti a tutto pur di farsi notare dalla dottoressa Brennan e la competizione è alle stelle. Ognuno di loro fa sfoggio delle proprie migliori qualità pur di raggiungere l’obiettivo prefissato; si sfidano a colpi di scoperte e corpi identificati: più sono vecchi, più si pavoneggiano. L’unico in difficoltà è Vaziri: i suoi resti appartengono ad un senzatetto il cui corpo è stato trovato abbandonato nei pressi di un parcheggio, picchiato selvaggiamente e lasciato nel suo sacco a pelo. L’unico modo per poter portare a termine la missione è quella di coinvolgere il dottor Hodgins il quale, non appena sente il termine “cospirazione”, si propone di aiutare l’intern.
Il caso di Vaziri si fa sempre più interessante, l’identificazione di cui si sta occupando sembra impossibile.

Quando la Brennan gli chiede come mai sia fermo ancora all’analisi del primo non identificato, quando molti altri resti chiedono di essere riconosciuti, Vaziri le risponde che il suo compito è quello di ridare un’identità alle vittime. Non vuole, pertanto, lasciare i resti di quell’uomo senza nome, voltandogli metaforicamente le spalle una seconda volta.

Brennan non rimane indifferente a questa osservazione: di fronte a Booth, che le ricorda che il comportamento di Vaziri non è il tipico gioco di squadra, risponde prontamente che un buon allenatore riconosce la forza dei suoi giocatori e che Vaziri sta solo cercando un canestro non facile. Anche di fronte alle rimostranze di Booth sul fatto che sarà difficile identificare quei resti, Brennan non si lascia sfuggire una metafora sportiva: lei lo vuole nella sua squadra, ma se non vuole giocare, se si vuole arrendere prima che la partita finisca, può sempre cercare aiuto da un’altra parte. Colpito nell’orgoglio, Booth si rimette in gioco, non vuole che sia un altro ad aiutare la sua Brennan. E si guadagna così anche lui una vigorosa pacca sul sedere e un “bravo” di fronte all’intero (ma indifferente) Royal Diner.
La scena si sposta nuovamente al Jeffersonian, ormai sono tutti impegnati nell’identificazione del senzatetto. Guardando le immagini del ritrovamento, la dottoressa Saroyan e il dottor Hodgins stabiliscono che il decesso è avvenuto il 21 settembre del 2001.

Vaziri e gli altri squint iniziano a lavorare come una vera e propria squadra: Fisher è quello che segna il canestro della rimonta, una delle fratture scoperte riporta segni di rimodellamento risalenti ad esattamente 10 giorni prima: 11 settembre 2001. Non tutte le vittime di quel tragico giorno sono state identificate.
E’ la volta di Booth e Brennan agire come squadra di fronte ad un riluttante Sweets che pensa all’anonimato del corpo da identificare come elemento probante del suo supporto ad un ipotetico aiuto da terra durante gli attentati. No, Booth è certo che, visti i primi risultati delle analisi, la vittima del pestaggio sia un ex militare, uno che ha combattuto nella Prima Guerra del Golfo e che è stato colpito da un proiettile di uranio impoverito.
E poi arrivano, come una scarica improvvisa, i primi ricordi. Hodgins e le sue teorie sulle cospirazioni si fanno piccole di fronte alle sue parole: “non saremo angeli, ma nessuno meritava di morire quel giorno”. Cam ricorda, con un filo di voce, di aver firmato 900 certificati di morte e di aver parlato con i parenti delle vittime. Gli occhi le si riempiono di lacrime.
Sugli schermi di Angela compare il volto di un uomo, ed è con quell’immagine che Booth si presenta al Pentagono e chiede al suo amico Fordham un aiuto per identificarlo perché, da compagni in armi, anche nelle situazioni peggiori non hanno mai lasciato indietro nessuno.
Gli squintern sono tutti attorno al tavolo al centro del Lab, i resti della vittima da identificare davanti a loro: è il momento in cui la squadra si scontra con le debolezze di ciascuno. Abernathy chiede a Vaziri se per lui sia un problema affrontare questo caso, dato che condivide la stessa religione degli attentatori.
La risposta è lapidaria, è un pugno nello stomaco, una coltellata al cuore: “Le Crociate, l’Inquisizione … questi eventi sono stati forse guidati da una religione pacifica? No, questi eventi sono stati guidati da uomini presuntuosi che pensano di saperne di più del loro Dio che dicono di onorare. Questa non è opera della religione. È stata arroganza. È stata ipocrisia. È stato odio. Quegli uomini orribili hanno dirottato gli aerei e anche la mia religione quel giorno. Hanno insultato il mio Dio. Quindi no, non è così difficile per me questo caso. È un privilegio poter servire questa vittima, dimostrargli tutta l’attenzione e l’amore che quel giorno erano assenti.”
Il nome della vittima è Tim Murphy, è un Booth affranto che da’ la notizia a Brennan non appena lei rientra a casa. Aveva una moglie ed un figlio. L’identificazione avviene grazie ad altri senzatetto, altri eroi della Guerra del Golfo che non hanno retto l’enormità di quello che hanno visto e che sono finiti in mezzo ad una strada. Brennan capisce quello che sta passando il suo uomo e gli promette che lo aiuterà a scoprire quello che è capitato alla vittima.
L’incontro con la moglie di Tim non aiuta Brennan e Booth a chiarire le cose: l’uomo era semplicemente scomparso e non era più riuscito a ricominciare una nuova vita con la sua famiglia.
Gli squintern sono bloccati dal classico elefante nella stanza: per poter superare l’ostacolo devono, su suggerimento di Fisher, parlare di ciò che li turba e lo fanno raccontando il “loro” 11 settembre.

Colin Fisher era all’ultimo anno di liceo, fu il suo insegnante di storia a spiegargli l’accaduto: piansero insieme.

Clark Edison era al lavoro in una tavola calda, ricorda ancora l’odore della carne bruciata dimenticata sul grill perché tutti erano impegnati a guardare il televisore.

Finn Abernathy aveva 9 anni: il suo patrigno lo aveva appena colpito con delle forbici ma non si curò delle ferite.

Arastoo Vaziri stava recitando le sue preghiere mattutine quando avvenne.

Lo zio di Wendell Bray era uno dei vigili del fuoco di New York che non tornò mai a casa. È solo dopo aver superato questo ostacolo che sono in grado di guardare al di là delle ossa di Tim per arrivare finalmente a delle risposte analizzando i suoi abiti.
Booth scopre che Murphy andava al Pentagono ogni giorno gridando i nomi dei suoi compagni morti, ma nessuno lo aveva mai preso sul serio. Aveva presentato delle petizioni per far ottenere a Walken, Moore e a Park la stella d’argento, ma ogni volta erano state rifiutate: per questo motivo stazionava di fronte al Pentagono.
Dal sangue rinvenuto sugli abiti di Tim, il Jeffersonian rintraccia 3 persone che lavoravano nell’ala del Pentagono colpita da uno degli aerei: è grazie alla testimonianza di una di loro che la dottoressa Brennan e il suo quintetto riescono finalmente a trovare le risposte che cercavano. Gli squintern si passano metaforicamente la palla mentre spiegano a Booth cosa è successo quel giorno: Tim Murphy è stato ferito ad una costola da un frammento di un lampione colpito dall’aereo ma ha fatto il possibile pur di aiutare 3 persone a salvarsi, sollevando da solo delle travi di cemento che erano crollate addosso a loro a causa dello schianto. E’ stato solo a causa dello sforzo che la frattura alla costola è peggiorata, perforandogli il polmone e portandolo ad una morte dolorosa per dissanguamento.
Finalmente Tim Murphy può essere sepolto con tutti gli onori nel cimitero militare. Un Booth in divisa e visibilmente commosso, di fronte alla famiglia dell’eroe, alle persone salvate e al team del Jeffersonian, gli rende omaggio vestendo lui stesso la divisa militare dei suoi giorni nell’esercito.
La scena finale coglie Booth e Brennan in una scena domestica, nella cucina della loro casa. L’antropologa confessa di aver scavato fra le macerie delle Torri per due settimane senza versare una lacrima, stava facendo il suo lavoro meticolosamente e si era detta che era riuscita a controllare il dolore perché era forte. Solo ora, solo dopo aver incontrato Booth e aver iniziato a condividere la propria vita con la sua capisce che è il momento giusto per piangere e per lasciarsi andare.

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