Kathy Reichs a Roma: un femore nascosto nel retro della pizzeria

Serata emozionante ieri alla Basilica di Massenzio a Roma, dove la scrittrice Kathy Reichs ha tenuto un bellissimo discorso ospite di Letterature, 9^edizione del Festival Internazionale della capitale.

La spettacolare cornice della basilica ha fatto da contorno ad un’emozionante serata, in cui abbiamo avuto l’occasione di percepire dalle labbra stesse dell’autrice la sconfinata passione per la sua professione di antropologa forense.

Kathy Reichs è una donna longilinea, capelli biondi e sguardo sereno e – vista di persona – conserva una timidezza ed una dolcezza che ti colpiscono. Alla fine del suo discorso (che potete leggere qui sotto), si è fermata ad autografare i suoi libri, a fare alcune foto con i fan (noi compresi!) e a parlare, con estrema cortesia, con chiunque avesse una domanda da porle.
È stata un’esperienza davvero entusiasmante e speriamo, nel pubblicare il suo intervento, che anche voi possiate sentire parte delle emozioni che noi abbiamo avuto l’opportunità di vivere.

«Mi chiamo Kathy Reichs e mi occupo di cadaveri, ma sono stata invitata a parlare di dolce vita»

Video – Kathy Reichs al Festival delle letterature 2010 (parte 1)
Video – Kathy Reichs al Festival delle letterature 2010 (parte 2)

Siamo riuniti qui, in Italia, per parlare dei piaceri della vita, visti da diverse possibili prospettive. Posso dire senza esitazione che, per me, uno dei piaceri della vita è proprio questo: passare del tempo in Italia. La lingua, la cucina, il vino, l’arte e l’architettura, il calore della gente. Una meraviglia. Il tema dell’evento di oggi, La dolce vita, evoca in me un immaginario fatto di opulenza, lusso, cibi prelibati, paesaggi suggestivi, scene felliniane e languide come un bagno di notte nella fontana. Potete dunque immaginare la sorpresa con cui ho accolto il vostro invito. Io mi chiamo Kathy Reichs e sono un’antropologa forense. Mi occupo di morti.

Che cos’è, esattamente, l’antropologia forense? Secondo la definizione puramente «tecnica» del dizionario, le scienze forensi sono l’applicazione di un vasto spettro di discipline scientifiche alla soluzione di problemi di interesse giudiziario. Una definizione che ha avuto origine all’inizio del Ventesimo secolo, grazie a un uomo di nome Edmond Locard, direttore del laboratorio scientifico della polizia di Lione, in Francia. Il dottor Locard formulò il Principio di Scambio che porta il suo nome e secondo cui «ogni contatto lascia una traccia». Ogni volta che le persone si incontrano, si toccano o entrano anche solo in una stanza, lasciano dietro di sé minuscoli indizi. Magari un filo, un granello di polvere, un ciglio persino: sono queste tracce che consentono all’osservatore scientifico di ricollegare i colpevoli a una vicenda criminosa.
Gli investigatori arrivano sulla scena del crimine e la circoscrivono, impedendo l’accesso; effettuano riprese foto e video dell’ambiente e della vittima (se presente), raccolgono e conservano impronte digitali, sangue, tracce di pneumatici, schegge di vernice o frammenti di proiettili. Questi uomini e donne sono addestrati a individuare i piccoli indizi di cui parlava Locard, a scorgere uno schema dietro a oggetti minuscoli come un granello di polvere o quell’unico ciglio.
Un esercito di esperti analizza, poi, i reperti raccolti secondo la propria sfera di competenza: alcuni si dedicano a documenti e calligrafia, altri ad armi e utensili, altri ancora a sostanze chimiche e veleni, a bombe ed esplosivi, al DNA e ad altri materiali organici.
Io faccio parte di quell’esercito: io esamino le ossa.
Da anni collaboro con il laboratorio medico-legale di Montréal, in Canada. Il «materiale probatorio» che analizziamo è la vittima stessa. A volte il nostro compito è identificare un corpo, altre volte tentare di capire come o perché una persona sia deceduta.
In qualità di antropologa forense, esamino corpi decomposti, bruciati, smembrati o mummificati, e scheletri. Può essermi richiesto di stabilire l’età, il sesso, la razza, la statura del soggetto. O di individuare eventuali lesioni nelle sue ossa. Può essermi richiesto di stimare da quanto tempo è morto o di descrivere ciò che è avvenuto al suo corpo dopo che ha smesso di respirare.
Lavorando in un laboratorio medico-legale, ci sia abitua alla vista della morte, ai suoni e agli odori, anche se non per questo si diventa indifferenti. Il mio campo non è per gli schizzinosi. Archeologi e antropologi fisici lavorano su belle ossa asciutte: l’antropologo forense, invece, opera anche sui tessuti molli. I cadaveri che giungono al mio laboratorio per l’autopsia sono vittime di omicidi o incidenti, o suicidi, comunque persone che hanno subito una morte violenta. All’antropologo forense spettano i casi più gravi, quelli che non possono essere risolti dal patologo con una regolare autopsia. Tuttavia, io cerco di non dimenticare mai che lavoro con i morti, sì, ma per i vivi: aiutando le famiglie di una persona scomparsa, o offrendo la mia testimonianza in tribunale affinché sia fatta giustizia nel caso di un crimine violento.
Potete dunque immaginare il mio stupore nell’essere invitata a parlare dei piaceri del corpo. Il tema della dolce vita mi fa pensare, per esempio, alle gioie della gastronomia, ma le vicende di cui mi occupo io spesso hanno luogo vari metri sotto il tavolo da pranzo, e dopo che un corpo si è ormai lasciato alle spalle i piaceri mondani. Ne è un esempio il caso che ispirò il mio settimo libro, Morte di lunedì. La giornata era cominciata splendidamente: c’era bel tempo, a Montréal, e quel lunedì di settembre sembrava perfetto per fare escursioni in montagna, giocare a tennis o andare in bicicletta lungo il Lachine. Invece, ricevetti una chiamata che mi convocava al laboratorio.
Quando arrivai, il caso mi stava già aspettando: resti scheletrici frammentari. Perizia richiesta: profilo biologico, modalità del decesso, intervallo postmortem. Il campione fornito consisteva, in totale, di tre sacchetti di carta marrone, sigillati con nastro adesivo rosso.
Secondo la sintesi dei fatti noti, tutto era cominciato con una toilette intasata, in un locale che vendeva pizza al trancio. Non ottenendo risultati con lo sturalavandini, il proprietario, frustrato, aveva chiamato l’idraulico. Quest’ultimo, mentre martellava tubi, aveva adocchiato una botola dietro il lavabo e, curioso, aveva dato una sbirciata, poi si era avventurato di sotto. Quando la sua torcia aveva illuminato un osso lungo semisepolto, l’uomo era risalito, avvertendo il proprietario, e i due si erano recati alla biblioteca locale. Una copia di L’Anatomie pour les artistes aveva confermato che l’osso rinvenuto nello scantinato era effettivamente un femore umano.
I due chiamarono la polizia. La polizia ispezionò lo scantinato, recuperò una bottiglia, una moneta e altre due dozzine di ossa. Il coroner avvertì il Laboratorio di Scienze Giudiziarie e Medicina Legale. Il patologo diede un’occhiata ai reperti e pose fine alla mia giornata di sole.
Classificazione e analisi mi richiesero diverse ore. Alla fine, tre diversi individui erano disposti sul mio tavolo anatomico: un giovane adulto di età compresa tra i diciotto e i ventiquattro anni, un altro di mezza età e un terzo più vecchio, con evidenze di artrite avanzata. Il più giovane dei tre presentava lesioni da strumento affilato su cranio, mandibola, sacro, femore e tibia.
Chiamai i detective e questi mi informarono che la bottiglia era recente, ma la moneta antica: risaliva alla fine del Diciannovesimo secolo. Non potevano, però, confermare un collegamento della moneta con gli scheletri. Dissi loro di tornare nello scantinato: mi servivano più ossa.
Passò una settimana. Cattive notizie. I detective appurarono che nessun cimitero aveva mai occupato i terreni nelle vicinanze dell’edificio in cui sorgeva la pizzeria. Peggio ancora, riferirono del possibile legame con la malavita di un inquilino della proprietà, circa quarant’anni prima. Reiterai la richiesta di una nuova ispezione allo scantinato e mi offrii di accompagnare una squadra nelle ricerche. Passò un’altra settimana. Due.
Perché tanta riluttanza a tornare là sotto?
Interrogati in proposito, i ragazzi fornirono tutti la medesima, lapidaria risposta: ratti! Quella cantina brulicava letteralmente di roditori e le forze dell’ordine erano piuttosto restie a un altro incontro ravvicinato.
Arrivammo a un compromesso: se fossi riuscita a stabilire che le morti erano avvenute negli ultimi cinquant’anni, avremmo setacciato il posto, topi o non topi.
La mia analisi, ora, si focalizzava sulla questione dell’epoca del decesso. Ossa e frammenti ossei erano tutti asciutti, inodori e privi di brandelli di tessuto. Solo una tecnica sembrava promettente. I test nucleari compiuti negli anni Cinquanta e Sessanta avevano scatenato una reazione che stimolava la produzione atmosferica di carbonio 14 in quantità innaturali. Il carbonio 14 così prodotto viene denominato radiocarbonio artificiale a livelli aumentati. In parole povere, la rilevazione di livelli di carbonio 14 nelle ossa può indicare se una persona sia morta prima o dopo il 1950. Inviai campioni d’osso di due degli individui alla Beta Analytic Inc., un laboratorio di datazione al radiocarbonio che si trova a Miami, Florida. Una settimana dopo, avevamo il risultato.
Anche se gli esiti erano complessi, una cosa appariva chiaramente: le vittime della pizzeria erano morte prima del 1950. Con loro grande sollievo, i poliziotti non dovettero tornare a far visita ai roditori. E il caso passò a un archeologo.
Benché si tratti di un caso chiuso, talvolta ripenso a quelle ossa, addentando una fetta di pizza o magari davanti a un piatto fumante di spaghetti alla puttanesca. Ci sono forse dei resti umani nelle cantine sotto i miei piedi, mentre mangio, bevo e mi godo la vita? Morti anonimi che attendono di essere scoperti mentre, al piano di sopra, i vivi si occupano degli affari loro?
Se la vostra mente funziona come la mia, il quartiere in cui abitate potrà apparirvi come una mappa di potenziali corpi nascosti. Per il resto del mondo la scienza forense è una scoperta recente, e una scoperta sensazionale. Avidi lettori e telespettatori di tutta l’America, l’Europa, l’Asia sanno ormai che cosa sia l’analisi dello scheletro o di resti combusti, mummificati, mutilati, smembrati. Non importa se in un processo si discute un caso evidente di tamponamento e fuga con quindici testimoni: la giuria chiederà comunque l’analisi delle macchie di vernice e il test del DNA. E nel caso di un morso di cane state pur certi che verrà chiesto l’esame dei segni lasciati sulle ossa.
Questo tipo di interesse ha fatto approdare sul mio tavolo una gran quantità di ossa: crani-trofeo sgraffignati in Paesi stranieri, scheletri da laboratorio scomparsi da aule universitarie, resti soldati confederati sepolti in fosse non segnalate, o di animali da compagnia seppelliti nei cortili. Succede continuamente. Vengono scoperte ossa o parti del corpo. Le autorità locali o qualche lettore entusiasta dei miei libri, o qualche telespettatore patito di serie tivù sulla scientifica, chiamano il coroner o il medico legale. A volte arrivano crani umani dipinti o decorati, o con segni di bruciature da fiamma di candela. Alcuni sono coperti di cera fusa, sangue e/o piume d’uccello: di solito oggetti rituali, che hanno ornato altari o sono stati usati nel corso di riti magici, di cerimonie religiose. Ho lavorato a un certo numero di casi simili e, ogni volta, la situazione mi ha fatto pensare alle religioni di nicchia, a sistemi cultuali che mistificano o alienano una parte della popolazione. Riflessioni dalle quali è scaturito il mio libro Le ossa del diavolo.
Altrettanto spesso, i resti non sono affatto umani. Ho avuto il compito di esaminare alcune «teste ristrette» per stabilire la loro autenticità, scoprendo poi che, nella maggior parte dei casi, appartenevano a cani o volatili. Occasionalmente, la «vittima» risulta essere un rettile o un uccello, ma per lo più si tratta di membri della classe dei mammiferi. Sul mio tavolo anatomico sono approdate costolette di maiale, ossi di prosciutto, corna d’alce. Ho ricevuto gattini in sacchi di juta e topi mischiati alle vittime di veri omicidi. Talvolta arrivano in laboratorio anche le zampe d’orso, che somigliano molto a mani e piedi umani.
I resti che hanno ispirato il mio sesto libro, Ceneri, sono entrati nella mia vita durante una bufera di neve a Montréal, un martedì di novembre del 1997. Per una che, come me, viene dal Sud, guidare nel bel mezzo di quella possente nevicata canadese era davvero difficile, un po’ come per un cittadino amalfitano che attraversi in macchina Torino a metà dicembre. Nelle gallerie non superavo i cinquanta all’ora, e così arrivai in ritardo al laboratorio, perdendomi la riunione del mattino e la discussione sui casi del giorno. Il caso attendeva sul mio tavolo. Senza perdere tempo, scorsi velocemente il testo in cerca delle informazioni essenziali: numero del caso, codice d’identificazione dell’obitorio, coroner, patologo. Mi si chiedeva di esaminare segni di tagli su ossa del bacino e degli arti inferiori, al fine di stabilire il tipo di sega usato per lo smembramento del corpo. Il sommario dei dati noti conteneva una parola francese a me sconosciuta: orignal, ma mi sentivo in colpa per il ritardo e andai direttamente a esaminare le ossa, rimandando a più tardi le ricerche sul vocabolario.
Infilai un camice da laboratorio e mi avvicinai al banco di lavoro riservato ai nuovi casi. Quando aprii la cerniera del sacco, rimasi a bocca aperta. O la vittima aveva un colossale disturbo ipofisario o mi trovavo di fronte al gigante Golia in persona. Dietro-front: partii in cerca del dizionario inglese-francese.
Orignal: élan, s. m. Au Canada on l’appelle orignal.
La mia vittima di smembramento era un alce. A una più attenta lettura del modulo di richiesta d’expertise, scoprii che l’analisi era stata sollecitata dalla Société de la faune et des parcs, ente per la conservazione del patrimonio naturale e faunistico. Un cacciatore di frodo uccideva alci da anni, ignorando palesemente la quota annuale: quelli della protezione ambientale avevano deciso di perseguirlo e volevano un parere. Potevo ricondurre I segni sulle ossa dell’animale a una sega ritrovata nel garage del sospettato? Fortunatamente per loro, e sfortunatamente per il bracconiere, potevo. Alla fine risultò che uno dei guardaparco aveva letto il mio primo romanzo, Corpi freddi, che conteneva un’analisi delle intaccature da sega nell’osso, e aveva pensato a me.
Il guardaparco non era solo nella interesse per le scienze forensi: dopo anni di anonimato, il mio campo, improvvisamente, era diventato cool. Più cool di Justin Bieber, in Italia direste Raoul Bova.
Quando ho preso la specializzazione, c’era a stento qualche agente di polizia che aveva sentito parlare di antropologia forense, ancor meno che se n’era servito in un’indagine. I miei colleghi e io appartenevamo a una cerchia ristretta, nota a pochi e compresa da pochissimi. Ma se la conoscenza e l’utilizzo delle nostre competenze sono andati aumentando, negli anni, il nostro numero è rimasto limitato: c’è ancora solo un pugno di professionisti con debita abilitazione, in America Settentrionale, che offre consulenza a forze dell’ordine, coroner e medici legali.
Io dico spesso che «la prova è nelle ossa»: the evidence is in the bones. E la prova della crescente popolarità dell’antropologia forense è in Bones, la popolare serie televisiva ispirata al personaggio principale dei miei libri, Temperance Brennan. Quando ho ricevuto per la prima volta la proposta di realizzare il programma ero scettica: poteva uno spettacolo televisivo introdurre gli spettatori alle complessità tecniche della mia disciplina in modo comprensibile? E rappresentare il lato umano del mio lavoro, rendendo l’angoscia di un genitore per la perdita di un figlio, la frustrazione di un detective di fronte a un caso insoluto, il senso d’impotenza dell’antropologo alla vista di minuscole ossa spezzate?
Bones è tutto ciò che speravo: tocca il tema della scienza forense e l’aspetto umano dei protagonisti, offrendo, qua e là, quel pizzico di humor che serve a non perdere l’equilibrio emotivo. Tempe è una donna e una professionista che si sforza di controllare le passioni, mantenersi obiettiva senza perdere la sensibilità di fronte alle vicende umane, cercando di conservare grazia e umorismo in un ambiente spesso difficile e di fronte a situazioni a volte strazianti. Ogni episodio mostra la dedizione delle forze dell’ordine e degli esperti scientifici, che lavorano gomito a gomito nel perseguimento della giustizia.

In Bones, Brennan è alle dipendenze del Jeffersonian Institute, evidente richiamo allo Smithsonian Institution di Washington. E a buon diritto: da studentessa, è lì che ho affrontato il mio primo scheletro, che sono entrata per la prima volta in contatto con l’antropologia forense.Bones, Temperance Brennan collabora con l’agente dell’FBI Seeley Booth. Anche se io non ho un rapporto così stretto con alcun detective o rappresentante delle forze dell’ordine, trovo il legame con l’FBI molto appropriato. Il Federal Bureau of Investigation è stato il primo ente a riconoscere il valore dell’antropologia forense, richiedendo la consulenza degli esperti della Smithsonian Institution per analisi di scheletri fin dai primi anni del Ventesimo secolo.
Le cose erano più informali, allora, meno strutturate. Oggi non è più così. L’antropologia forense è stata ufficialmente riconosciuta quale disciplina di indagine legale nel 1972, quando la American Academy of Forensic Science creò la sezione di antropologia fisica. Poco dopo fu fondata l’American Board of Forensic Anthropology.
Negli anni Settanta, gli antropologi forensi estesero la loro attività alle inchieste sulla violazione dei diritti umani: dissotterrarono fosse comuni in Argentina e Guatemala, più tardi in Ruanda, Kosovo e in altre parti del mondo. Inoltre, il nostro contributo ha acquistato importanza nelle azioni di recupero a seguito dei grandi disastri di massa. Abbiamo lavorato su incidenti aerei, inondazioni di cimiteri, bombardamenti, l’11 settembre e, più recentemente, la tragedia dell’uragano Katrina.
Eppure il pubblico ancora non ci conosceva.
Galeotta fu la serie tv americana CSI. Il grande, tardivo successo televisivo dedicato alla polizia scientifica ha attratto milioni di telespettatori ed ecco che le scienze forensi si sono ritrovate sulla cresta dell’onda. E in onda: Cold Case-Delitti irrisolti, Senza traccia. Negli anni Settanta c’era stato Quincy, ma ora la patologia fa faville: Crossing Jordan, DaVinci’s Inquest, Autopsy, Bones. Persino vecchie glorie come Law and Order e NYPD aumentarono le dosi di balistica e incisioni a Y.
Di lì a poco sarebbe stata la volta dei minidocumentari verità: American Justice, Body of Evidence, City Confidential, Cold Case-Delitti irrisolti, Exhibit A, Forensic Evidence, Forensic Factor, FBI Files. In tutto l’etere, esperti in camice bianco sezionavano, osservavano, compivano simulazioni e risolvevano i casi.
E la letteratura ad ampia diffusione non era da meno. Patricia Cornwell, Jeffrey Deaver, Karin Slaughter. E, naturalmente, Kathy Reichs, con la sua antropologa forense Temperance Brennan.
Dopo decenni di anonimato, all’improvviso siamo famosi come rockstar.
Ma il pubblico ha ancora le idee confuse sulla terminologia. Che cos’è un patologo? Che cos’è un antropologo? Che significa forense?
I patologi sono specialisti che operano sui tessuti molli, gli antropologi si occupano invece delle ossa. Morto recente o cadavere in condizioni relativamente buone? Patologo. Scheletro in una fossa? Corpo carbonizzato in un fusto della benzina? Frammenti d’osso in una cippatrice? Neonato mummificato in un sottotetto? Antropologo. Utilizzando gli indicatori scheletrici, l’antropologo forense risolve problemi legati a identità, tempi, modalità della morte, trattamento postmortem del corpo. Infine, come si è detto, l’aggettivo «forense» designa l’applicazione di risultati scientifici a questioni giudiziarie.
E nessuno lavora da solo. Se la tv tende a magnificare le gesta dello scienziato o del detective solitario, in realtà un’indagine di polizia implica la partecipazione di molti soggetti. Mentre l’antropologo forense è chino sulle ossa, il patologo analizza gli organi e il cervello, l’entomologo gli insetti, l’odontologo i denti e le cartelle dentistiche, il biologo molecolare il DNA e l’esperto di balistica bossoli e proiettili: vari attori che completano il puzzle ciascuno con la propria tessera, finché non comincia a delinearsi un’immagine unitaria.
Mi piace pensare che i miei romanzi abbiano contribuito almeno in parte a far conoscere l’antropologia forense. Quando mi sono accostata per la prima volta alla narrativa, non avevo nozioni di scrittura. Fin dall’inizio è apparso chiaro che il personaggio principale si sarebbe basato su di me: un soggetto che potevo sperare di conoscere un po’. Immagino sempre Tempe in contesti che mi sono familiari, in cui mi sento a mio agio. Certo, professionalmente mi identifico con lei – mentre anagraficamente, lei è un po’ più giovane di me. Nella serie tv, poi, è decisamente più giovane di me! La Tempe dei libri è sulla quarantina e lavora in un laboratorio criminale pressoché identico al mio, il Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale, ma il suo lavoro la fa uscire dal laboratorio molto più di quanto sia mai capitato a me. Questo è vero anche in Bones. Tempe va in giro con i detective, interroga testimoni e svolge indagini. A me questo non capita. Il mio lavoro è fondamentalmente limitato alla scena del ritrovamento, alle analisi di laboratorio e alle testimonianze in tribunale. Ho ben poco a che fare che alcune delle inquietanti attività che hanno coinvolto Tempe nei primi libri: dissotterrare cadaveri, affrontare da sola amici e parenti delle vittime. Difficilmente potrebbe capitare a me.
Considero importante includere nelle mie storie un po’ di umorismo, e anche nella serie tv ci sforziamo sempre di inserirlo. È un interessante esercizio di compensazione: ogni libro, come ogni episodio televisivo, tratta della morte, ed è una vera sfida metterci dello humor senza diventare irriverenti. Credo che il sense of humor di Tempe rifletta il mio. Gli amici mi dicono spesso che, leggendo i dialoghi, hanno l’impressione di sentire la mia voce sparare una battuta.
Nei romanzi, offro ai lettori uno scorcio dei miei casi e delle mie esperienze. Corpi freddi si basa sulla mia prima indagine per un caso di omicidio seriale. Cadaveri innocenti è nato dal lavoro che ho svolto per la Chiesa cattolica e dagli omicidi-suicidi di massa compiuti in seno alla setta del Tempio del Sole. Resti umani scaturisce dall’analisi delle numerose ossa giunte a me «per gentile concessione» degli Hells Angels del Québec. Viaggio fatale si ispira all’attività di recupero nel caso dei disastri di massa. Il villaggio degli innocenti prende spunto dalla mia partecipazione all’esumazione di una fossa comune in Guatemala. L’indagine sul bracconaggio contenuta in Ceneri prende le mosse dai resti d’alce che ho menzionato sopra e Morte di lunedì dai tre scheletri parziali scoperti nello scantinato della pizzeria. Ossario attinge all’esperienza di un viaggio in Israele, collega una vicenda di omicidio alle misteriose ossa di Masada, un ossario attribuito a Giacomo, fratello di Gesù, e al saccheggio di una tomba del I secolo. Carne e ossa si apre con la vicenda di uno scheletro recente ritrovato insieme a resti archeologici e il seguito dell’indagine rivela il macabro movente dell’omicidio. Skeleton, che è tra i miei preferiti, è ispirato alla mia conoscenza degli acadiani del Canada, una comunità veramente dedita a gustare appieno la dolce vita, ma che deve ancora affrontare la morte al proprio interno. Le ossa del diavolo mi ha fatto tornare a Charlotte, la mia città, per esplorare il mondo delle religioni alternative. Il romanzo dello scorso anno, Duecentosei ossa, tratta l’inevitabile lato negativo della popolarità dell’antropologia forense (un tema che mi sta particolarmente a cuore): l’incompetenza e la disonestà professionale. Infine, il libro appena uscito, Le ossa del ragno, si incentra sulla mia collaborazione, in qualità di consulente, con il JPAC, l’ente militare dedito a identificare e riportare in patria i caduti americani del secondo conflitto mondiale, della Guerra di Corea e del Vietnam.
La scienza forense, nella realtà, è diversa da quella descritta dai media. In televisione e in molti dei miei libri, gli assassini vengono presi, i casi risolti, la colpevolezza dimostrata. Questo, nella vita reale, non sempre avviene. Io ho alle spalle studi di archeologia e una specializzazione in biologia dello scheletro. Ho avuto il primo contatto con l’antropologia forense quando mi è stata chiesta una consulenza nell’indagine sull’omicidio di una bambina. Le minuscole ossa furono identificate, l’omicida no. Quel caso ha cambiato la mia vita.
Quando ho conosciuto Neely Smith, nel 1981, aveva la stessa età di mia figlia. Due bimbe allegre e chiacchierine di cinque anni. Con la sola differenza che Neely era ormai ridotta a un cranio, una mandibola e una cassa toracica su una lettiga d’acciaio, e io avevo il compito di confermarne l’identificazione con una bambina rapita da un quartiere di Charlotte Est due mesi prima.
Quando mi chiedono come faccio a scindere la mia attività dalla vita personale, la donna di scienza che è in me risponde con sicurezza che è parte del lavoro: ci si concentra sul caso, sull’aspetto scientifico. Ma i morti di morte violenta non si fermano a quel limite: restano per sempre con noi. Continuano a vivere nei loro cari, negli assassini che hanno alzato la mano contro di loro, nelle persone sconvolte dalla scoperta che l’inimmaginabile è avvenuto proprio dove vanno a lavorare o a passare una serata per divertirsi. E in tutti quelli che cercano giustizia. Dopo il caso Neely Smith, ho abbandonato le ossa antiche per quelle dei morti recenti. Sono passata all’antropologia forense e non l’ho mai rimpianto.
Neely Smith rimane con me. Il suo omicidio è tuttora irrisolto. Un uomo di nome Fred Howard Coffey junior sta scontando una condanna all’ergastolo dopo essere stato riconosciuto colpevole di innumerevoli episodi di molestie ai danni di minori e dell’omicidio di Amanda Ray, una ragazzina di dieci anni che abitava a un isolato da Neely. Coffey è il sospettato numero uno in vari casi di infanticidio, compreso quello di Neely. I più ritengono, quindi, che il suo assassino sia dietro le sbarre, ma la mancanza di una conclusione certa mi ossessiona.
Quando Neely Smith fu rapita, mancavano ancora quindici anni alla creazione di Amber Alerts, la rete americana di segnalazione dei bambini scomparsi, ma Charlotte era il tipo di città in cui un fatto simile finiva sulla bocca di tutti. Sollecitate dal ricordo di Amanda Ray, le autorità lanciarono una poderosa caccia all’uomo. Migliaia di volontari setacciarono campi, laghi e parchi. La scomparsa della bambina era come una presenza sinistra, un sudario posato sulla città. Il cuore collettivo di Charlotte si spezzava nuovamente a ogni fallimento delle ricerche. I genitori tenevano i figli in casa, li accompagnavano fino allo scuolabus, proibivano i giochi all’aperto, cancellavano lezioni di danza e di nuoto. Io mi dibattevo tra l’impulso a tenere mia figlia sotto una campana di vetro, la consapevolezza che non potevo proteggerla da tutto e il desiderio di alimentare in lei l’indipendenza e la sicurezza di sé. La stretta al cuore che sentivo quando varcava la soglia di casa non era meno intensa del dolore fisico che avevo provato quando era uscita dalla protezione del mio grembo per fare il suo ingresso nel mondo. L’obiettività scientifica non può disciplinare tutto questo.
Neely mi torna in mente ogni volta che vedo un bambino giocare allegramente in un giardino senza sorveglianza o una madre in preda al panico per aver perso di vista il figlioletto al supermercato. Ogni volta che Fred Howard Coffey junior richiede la libertà sulla parola. L’anno scorso, ho tirato un sospiro di sollievo quando gli è stata negata, ma è stato solo un conforto momentaneo: ci sarà un’altra udienza, ci sarà un altro infanticidio senza un colpevole, ci sarà sempre un altro caso su cui indagare.
Chiunque provenga da una città che ha albergato un tale crimine, ricorderà il nome della piccola vittima e lo porterà con sé. Charlotte, North Carolina. Soham, Inghilterra. Praia de Luz, Portogallo. Queste storie sono importanti: ci parlano dei luoghi in cui sono avvenute, di noi stessi, di come portare il peso di un simile ricordo e andare avanti. E rivelano la fragilità della «scienza obiettiva». La mia attività è costellata di questi nomi. Anche se tento di mantenere il personale e il professionale separati, ciò non è mai possibile del tutto. Vivi e morti scolpiscono i loro nomi nelle mie ossa, incrociando il loro cammino nel mio campo d’azione. Non spiego a mia figlia perché a volte l’abbraccio troppo forte, né ai miei colleghi perché mi riferisco a una bambina di otto anni chiamandola semplicemente «la vittima».
Sì, ho dei figli – sono grandi ormai – e nipotini in arrivo. Volendo creare qualcosa per loro, ho cominciato a scrivere libri per ragazzi. Virals, il primo della serie, in uscita il prossimo novembre, narrerà le avventure di Tory Brennan, nipote quattordicenne di Temperance, e dei suoi amici. Sono ragazzi con poteri molto speciali, ma – tranquilli! – decisamente non vampiri.
L’anatomia mi insegna che il mio corpo ha duecentosei ossa, ma io so anche di averne dentro molte di più: quelle di mia figlia, quelle di Neely Smith, quelle degli sconosciuti sepolti sotto i miei piedi. Porto con me tutte le ossa che hanno bisogno di una voce.
Quando sono in vacanza, mi piace ammirare l’arte o un panorama mozzafiato, apprezzare il sapore dei cibi, godermi il comfort di una sauna o la purezza dell’aria. La dolce vita, insomma. Ma poi la vacanza finisce e io ritorno alla mia comunità, al mio tavolo, alle pratiche impilate. Perché domani ci sarà sempre altro lavoro da fare. Le ossa sono la struttura portante su cui si regge la nostra vita e rimangono integre anche dopo la morte. Ed è un piacere incommensurabile fare giustizia per coloro che un tempo camminavano su questa Terra come ora faccio io.

Fonte: Corriere della Sera.it

3 Commenti

  1. Diana_Dwight

    Grazie per la Vs. operatività con la quale avete messo a disposizione tutto il materiale possibile. Ho visto Kathy Reichs ieri per la prima volta e lei mi ha veramente stupita con la sua dolcezza, timidezza e tenerezza di una mamma. In più è una scrittrice di talento ed è una riconosciutissima antropologa. Una vera donna a 360 gradi!!!!

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  2. Alessia

    Davvero un peccato che la serata fosse ambientata a Roma! Se l’avessero organizzato a Milano, sarei andata sicuramente! Grazie a tutti e soprattutto a Kathy Reichs, che con la sua forza e sensibilità assieme ci dimostra ancora una volta chi sia la migliore scrittrice dei nostri tempi.

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  3. valentina

    Si proprio un peccato,magari in futuro…….intanto io inizio a leggere il suo nuovo libro.

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